18 Febbraio 2026
Marco Rubio, fonte: imagoeconomica
Monaco come spartiacque
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco si è respirata un’aria che richiama, per tensione e portata simbolica, la Conferenza di Monaco. Il discorso del Segretario di Stato Marco Rubio è apparso come una riaffermazione netta della centralità americana nell’ordine mondiale. Toni misurati, ma contenuto inequivocabile: o con Washington o contro Washington. Un messaggio rivolto agli europei e, indirettamente, al blocco emergente che contesta l’unipolarismo.
Destino manifesto e ritorno neocon
L’impianto teorico rievoca il destino manifesto, formula ottocentesca che giustificò l’espansione statunitense. Oggi viene riproposta in chiave aggiornata: difesa dell’Occidente come comunità politica e valoriale sotto guida americana. Dopo un anno di presidenza Donald Trump, la componente neoconservatrice sembra aver ripreso l’iniziativa, accantonando le ambizioni di distensione e tornando alla dottrina della “pace attraverso la forza”. La continuità con l’era Joe Biden, al netto delle differenze retoriche, appare più marcata di quanto si ammetta.
La risposta russa: fermezza senza rottura
Le recenti dichiarazioni di Sergej Lavrov hanno espresso l’insoddisfazione di Mosca verso l’affidabilità americana. Il messaggio è chiaro: la Russia non accetterà una trattativa fondata sul presupposto della supremazia unilaterale. Eppure il Cremlino evita lo strappo definitivo. È una partita a scacchi. Mosca non cerca l’umiliazione dell’avversario, ma un equilibrio stabile che tenga conto dei nuovi rapporti di forza. In questa logica, la moderazione è uno strumento, non un segno di debolezza.
Ucraina e pressione indiretta
Sul teatro ucraino, il sostegno occidentale a Kiev non è mai cessato. Anche nelle fasi di dialogo, Washington ha mantenuto leve militari e sanzionatorie. L’obiettivo strategico resta il logoramento della Russia, più che la vittoria immediata dell’Ucraina. Parallelamente, si moltiplicano le pressioni su partner di Mosca come Iran e Venezuela, in un disegno che mira a incidere sulla triade energetica funzionale anche alla crescita cinese.
Energia e controllo delle rotte
Russia, Iran e Venezuela rappresentano snodi cruciali per gli approvvigionamenti asiatici. Controllare o condizionare questi flussi significa influire sulla traiettoria di Cina. È qui che la strategia americana mostra la sua coerenza: contenere Pechino passa anche dalla compressione dello spazio strategico russo. Un approccio ambizioso, reso più complesso dal peso del debito pubblico statunitense e da un sistema internazionale ormai multipolare.
La rivoluzione dei cieli
In questo quadro si inserisce il documento attribuito alla People's Liberation Army Air Force, rilanciato dal The Washington Times, che delinea una trasformazione radicale della guerra aerea. Il paradigma emergente non è il caccia di sesta generazione con pilota, ma lo sciame autonomo guidato dall’intelligenza artificiale: droni capaci di cooperare, decidere e colpire in rete. I test del Kızılelma turco e i progressi cinesi indicano che la supremazia futura dipenderà da integrazione C4I, velocità decisionale e sostenibilità economica. Per Mosca, che ha già investito massicciamente in sistemi senza pilota, questa evoluzione conferma che la competizione sarà sempre più tecnologica e industriale, prima ancora che numerica.
Uno scontro evitabile?
Il discorso di Monaco segna una linea di demarcazione: l’America rivendica il diritto di fissare le regole; Russia e Cina reclamano un ordine multilaterale. Il rischio è che la “guerra mondiale a pezzi” evolva in una saldatura dei fronti. Tuttavia, la leadership russa sembra orientata a evitare l’escalation diretta. L’obiettivo non è destabilizzare gli Stati Uniti, ma indurli a riconoscere la realtà di un mondo plurale. Se vi sarà una “mossa del cavallo”, sarà calibrata per spostare l’equilibrio senza rovesciare il tavolo. Perché, nella visione strategica russa, la vera vittoria non è distruggere l’avversario, ma costringerlo a negoziare da pari.
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