08 Febbraio 2026
Nel caos infernale che ha seguito la pubblicazione del video “scimmiesco” di Trump, è facile dimenticare un dettaglio cruciale: il Presidente non stava facendo un attacco razzista. No, signori, Trump non odia le scimmie. Anzi, forse le ama più di quanto ammetta. E, in fondo, l’uso di Obama e della sua consorte Michelle nel video che li trasformava in gorilla non è altro che un atto di marketing. Un atto, sì, decisamente folle, ma profondamente intenzionale. Un’iniziativa creativa per sensibilizzare sul tema della difesa dei primati. O almeno, è così che dovremmo vederla, no?
Immaginate un mondo in cui Trump non ha voluto colpire la sensibilità di nessuno, ma solo fare un favore alle scimmie. Un po’ come quei film in cui gli animali diventano i veri protagonisti, le star indiscusse dello schermo. Così, dopo aver selezionato accuratamente un video creato con l’intelligenza artificiale, Trump ha pensato che, chi meglio di Barack e Michelle Obama, simboli internazionali del potere e del cambiamento, per sponsorizzare la causa della difesa delle scimmie? Certo, nessun altro poteva fare il lavoro meglio di loro. E che ci importa se, per un gioco di illustrazioni tecnologiche, li abbiamo visti indossare le sembianze di gorilla? In fondo, è solo una campagna virale. Pura pubblicità.
Ora, che il video sia stato rimosso non cambia la sostanza. Perché, al di là delle polemiche, Trump sa che l’attenzione è l’arma migliore. Quella clip ha fatto il giro del mondo. Chiunque, dal piccolo cittadino fino al leader della minoranza democratica Hakeem Jeffries, non ha potuto fare a meno di commentarla. E allora, chi ha davvero vinto? Non i Democratici, che non hanno fatto altro che alimentare l’eco mediatica di Trump. No, il vero vincitore è il concetto di “primato”. Le scimmie, quelle vere, sono ora al centro del dibattito pubblico.
La reazione di Jeffries, che si infuria dicendo “Vaffanculo Donald Trump”, è quasi comica in quanto espone l’irrazionalità di un dibattito che si concentra sull’offesa, senza vedere il quadro più ampio. E quale sarebbe il quadro più ampio? La difesa della supremazia primate, ovviamente. C’è bisogno di più slogan per sensibilizzare sul tema, e Trump è sempre pronto a farsi portavoce di cause nobili, purché ci sia visibilità e la giusta dose di caos.
In un mondo dove l’informazione scorre veloce, dove le etichette di “razzista” e “squilibrato” sono facili da appiccicare, è bello vedere che qualcuno ha il coraggio di fare il contrario, di alzare il volume e dire: “Guardate le scimmie!” Non è più solo un gesto politico, ma un movimento culturale, un nuovo modo di guardare alla diversità. E chi, se non il più grande marketer del secolo, potrebbe guidarlo?
Trump ha ragione: non ha fatto niente di male. Non ha mai detto che le scimmie sono inferiori agli esseri umani, no. Ha semplicemente deciso di utilizzare due delle più potenti star internazionali per portare sotto i riflettori la causa delle scimmie. Ora, grazie a lui, sono tutti a parlare di loro. E di lui. Sempre in prima pagina.
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