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Cerimonie olimpiche a confronto: Parigi tra provocazione e blasfemia, Milano nel segno dell’eleganza e della forma [VIDEO]

Due visioni del simbolo, due idee di civiltà: da un lato la provocazione che desacralizza, dall’altro la forma che custodisce. La vera battaglia culturale si combatte sul terreno invisibile dei simboli.

07 Febbraio 2026

Ci nutriamo di simboli.

Non esisterebbe alcuna società in assenza di questi. Gli intellettuali più ambiziosi ne realizzarono le battaglie più feroci perché ben consapevoli che il simbolo, prima d’ogni altra cosa, è potere. La comunicazione attuale, per quanto rivestita di complessi raggiri retorici, alimenta il suo fuoco mediante il significato dei suoi simboli. Ogni società umana ha perduto sé stessa non appena le fiamme del nulla hanno inghiottito i suoi simboli.

E il Wokeness non è da meno. Un aggressivo paradigma che si impone tramite la deistituzionalizzazione dei simboli correnti per affermarne dei propri. Confusi, spesso volgari, aggressivi. Lo fa nel cinema, nella moda, nelle scuole, sui social, in cerimonie d’apertura come quelle delle Olimpiadi a Parigi. Lo fa prendendo uno dei simboli per eccellenza della cristianità, simbolo più forte fra tutti, che tiene la società occidentale e per questo così osteggiato, umiliandolo, spettacolarizzandolo nella sua insignificante blasfemia.

Ma i simboli sono tutto ciò che abbiamo. La sovrastruttura è rivestita di significati sotterranei ed essenziali: possiamo solo difenderli, onorarli, nella consapevolezza di noi stessi.

La cerimonia francese delle Olimpiadi ha messo in scena un’estetica della rottura. Il sacro trattato come materiale scenografico. La tradizione cristiana ridotta a citazione da dissacrare, da piegare a un’ironia che non libera ma svuota. L’elemento provocatorio, drag queen, ibridazioni grottesche, teatralizzazione dell’ambiguità, non è stato un semplice gesto artistico: è stato un messaggio simbolico.

Il messaggio è chiaro: nessun simbolo è intoccabile, nessuna gerarchia è legittima, nessuna forma è stabile. Tutto è fluido, tutto è spettacolo, tutto è negoziabile. È la celebrazione del disancoramento come valore.

In contrasto, la tradizione cerimoniale italiana, quando fedele a sé stessa, si fonda su un altro registro: misura, armonia, verticalità estetica. Non è questione di conservatorismo, ma di senso della forma. L’eleganza italiana non è un vezzo stilistico: è un’eredità simbolica che tiene insieme bellezza, ordine e trascendenza implicita.

Una società può sopravvivere a una crisi economica. Può sopravvivere a una sconfitta militare. Difficilmente sopravvive quando interiorizza il disprezzo per i propri simboli fondativi. Perché in quel momento non perde solo il passato: perde il linguaggio con cui immaginare il futuro.


I simboli sono tutto ciò che abbiamo per dire chi siamo senza doverlo spiegare. Sono la nostra memoria compressa. La nostra identità resa visibile.

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