Domenica, 11 Gennaio 2026

Seguici su

"La libertà innanzi tutto e sopra tutto"
Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Dall’accordo UE-Mercosur all’Iran: l’Occidente tra illusioni economiche, regime-change e cecità strategica

Libero scambio, crisi industriale europea e destabilizzazione mediorientale seguono la stessa logica: anticipare il risultato politico senza governare i processi reali

11 Gennaio 2026

Dall’accordo UE-Mercosur all’Iran: l’Occidente tra illusioni economiche, regime-change e cecità strategica

Proteste Iran, fonte: X, @abc

La tentazione di decidere il risultato prima del processo

Europa e Occidente sembrano sempre più accomunati da una stessa illusione strategica: credere che basti aprire mercati, esercitare pressioni o favorire collassi politici per ottenere automaticamente un esito favorevole. Dall’accordo UE-Mercosur alla destabilizzazione dell’Iran, passando per l’erosione industriale europea, il filo conduttore è uno solo: si dà per scontato il risultato finale, ignorando la resilienza strutturale dei sistemi coinvolti.

UE-Mercosur: il libero scambio come scorciatoia

Guidata dalla Germania, l’Europa sembra ripetere un errore già visto: assicurarsi i mercati prima di aver ricostruito la propria competitività. L’accordo di libero scambio con il Mercosur nasce dall’idea che l’industria e l’agricoltura europee sapranno imporsi grazie alla sola apertura commerciale. È una scommessa ottimistica, forse eccessiva.

I Paesi sudamericani non producono microchip né razzi spaziali, ma possiedono una ricerca avanzata nel settore agroalimentare, con rese fino a quattro raccolti annui contro l’uno europeo. In Uruguay, dove le mucche superano gli abitanti, la gestione del bestiame è già fortemente tecnologizzata. Qui la concorrenza non sarà simbolica, ma diretta e feroce, sussidi europei o meno.

Energia e industria: il vero nodo

Il problema non è solo agricolo. Nel Mercosur i costi energetici sono inferiori del 30-70% rispetto all’Europa. Il Paraguay produce elettricità a un quarto dei costi tedeschi. In questo contesto, l’Europa rischia non di conquistare mercati, ma di perdere interi comparti industriali, accelerando la delocalizzazione.

Senza un piano di ristrutturazione industriale complessivo, l’apertura dei mercati diventa un boomerang. Sopravvivranno nicchie ad alto valore aggiunto – vini, oli, formaggi, lusso alimentare – ma la loro dimensione non è sufficiente a sostenere un continente industriale. Intanto, sullo stesso terreno, competono i cinesi, già presenti, strutturati e con costi inferiori.

Regime-change: la stessa logica applicata alla geopolitica

Questa mentalità si riflette anche sul piano geopolitico. L’idea che il collasso di un governo produca automaticamente un esecutivo filo-occidentale è stata smentita più volte. È successo in Siria, rischia di ripetersi in Iran.

Un governo può essere sostenuto dall’esterno solo se mantiene un minimo consenso interno. Se viene abbandonato dal proprio popolo, nessuna potenza può salvarlo. È per questo che l’obiettivo occidentale non è tanto la riforma, quanto il collasso. Ma il dopo non è mai garantito.

Iran: società giovane, potere rigido

L’Iran è un Paese con una demografia esplosiva: il 27% della popolazione ha tra i 18 e i 35 anni. Giovani con aspettative, fonti informative nuove e memoria storica diversa. Dopo decenni di assedio sanzionatorio, il sistema mostra crepe evidenti e una necessità reale di ricambio della classe dirigente.

Ma pensare che questo porti automaticamente a un Iran allineato a Washington è un errore. Accanto a settori favorevoli al compromesso con gli USA, esistono correnti molto più radicali, persino favorevoli all’arma nucleare. Il rischio è che la pressione esterna rafforzi proprio queste.

La destabilizzazione pilotata

Le proteste recenti mostrano un copione noto: narrazioni contrapposte, media occidentali che parlano di regime al collasso e autorità iraniane che minimizzano. La realtà, come spesso accade, è più complessa. Finora Teheran ha evitato una repressione indiscriminata, scegliendo il dialogo e operazioni mirate contro cellule eterodirette.

Il tentativo di forzare la mano – anche con il coinvolgimento indiretto israeliano – non ha prodotto il risultato sperato. Persino Trump, con tutta la sua imprevedibilità, appare riluttante a farsi trascinare in un’avventura che potrebbe incendiare l’intera regione.

Israele e l’espansione regionale

Al di là della retorica, quanto avviene in Iran si inserisce nella strategia di espansione israeliana in Medio Oriente, avviata con il conflitto di Gaza e proseguita con la destabilizzazione dei Paesi circostanti. Un disegno che mira a ridisegnare gli equilibri regionali, ma che rischia di produrre caos duraturo, non stabilità.

L’errore di fondo

Dall’UE-Mercosur all’Iran, l’Occidente mostra la stessa fragilità analitica: confonde l’apertura con la competitività, la pressione con il controllo, il crollo con il successo politico. La storia militare e geopolitica russa insegna una lezione opposta: i sistemi complessi resistono, si adattano e spesso reagiscono in modo imprevisto.

Ignorare questo significa preparare sconfitte strategiche silenziose, mascherate da vittorie ideologiche. E l’Europa, oggi più che mai, non può permettersi di sbagliare ancora.

Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.

Commenti Scrivi e lascia un commento

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

Articoli Recenti

x