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"La libertà innanzi tutto e sopra tutto"
Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

La nascita del petroldollaro e la sua importanza per il mantenimento del dominio americano

Gli accordi di Washington del 1974 tra Henry Kissinger e il Principe Fahd ibn Adb al-Aziz Al Saud e quelli tra Donald Trump e la lobby dei petrolieri

10 Gennaio 2026

Henry Kissinger e Re Faisal

Henry Kissinger e Re Faisal

Nel 1973, quale risposta alla guerra del Kippur, Ahmed Zaki Yamani, avvocato saudita con postgraduate studies a New York, Harvard e Exeter, a capo dell'OPEC, sfidò il mondo e lo mise in ginocchio, quadruplicando il prezzo del petrolio e scatenando la grande crisi petrolifera.
Lo incontrai a Montecarlo e per poco non mi inginocchiai, tanta era la mia ammirazione. Aveva dimostrato al mondo, ma soprattutto agli israeliani, che il petrolio era il sangue, la linfa del mondo. Non a caso – in quegli stessi anni - Pierpaolo Pasolini intitolò proprio Petrolio la sua opera più ambiziosa.
La crisi del petrolio si risolse grazie all'incontro alla Casa Bianca tra Henry Kissinger e il Principe Fahd ibn Adb al-Aziz Al Saud. Il Giornale d'Italia pubblica in calce al mio articolo il testo dell'accordo (definito Segreto / Sensibile e desecretato soltanto nel 2004).
In estrema sintesi, gli Stati Uniti garantirono alla monarchia saudita (con a capo Re Faisal) protezione contro le minacce esterne (sovietiche, a causa della presenza di infiltrazioni comuniste in Iraq e Yemen).
In cambio, i Sauditi accettarono da un lato che tutto il petrolio dell'OPEC dovesse essere pagato esclusivamente in dollari e dall'altro di reinvestire i proventi della vendita nell'economia americana.
Fu la nascita del petroldollaro, lo strumento che ha consentito agli Stati Uniti di godere di un ciclo di prosperità straordinario e di estendere il proprio dominio a livello planetario.
Dalla fine degli anni '80 ripeto la stessa cosa: per comprendere le dinamiche macroeconomiche è indispensabile conoscere a fondo i meccanismi di emissione della moneta. Con la fine del gold standard, con la diffusione delle teorie keynesiane, la FED (organismo privato per quanto incaricato di funzioni pubbliche) ha potuto aumentare esponenzialmente la quantità di dollari in circolazione, pompando liquidità nell'economia americana senza causare iperinflazione.
Dal 1974, il petrodollaro ha silenziosamente sostenuto l'ordine finanziario globale. La domanda globale di petrolio ha alimentato la domanda dei dollari necessari per pagarlo, che a sua volta ha alimentato la domanda di titoli del Tesoro statunitense.
La settimana scorsa, ho scritto sull'insostenibilità del debito americano: soltanto di interessi, gli USA spendono circa un trilione di dollari.
Non è tanto il semplice dato del rapporto deficit PIL a spaventare (tra il 125% e il 140% includendo i debiti dei singoli Stati dell'unione), ma l'enormità del numero rispetto all'intera economia mondiale (44 trilioni il debito USA, 115 trilioni il totale del PIL mondiale).
Se una parte del mondo (i BRICS) abbandonasse il dollaro, il mondo vivrebbe la più devastante crisi della Storia. Non stupisce, per chi conosca queste dinamiche, che gli Stati Uniti siano disposti a imporre con la forza il mantenimento del loro ordine mondiale.
Tuttavia, come ci insegna la vita prima ancora della Storia, ogni dominazione basata unicamente sulla forza crea prima o poi una reazione. Donald Trump lo sa perfettamente: non è un caso che abbia deciso di aumentare la spesa militare alla sbalorditiva cifra di 1,5 trilioni di dollari.
Tra meno di quattro mesi, si terrà la sua prima visita ufficiale in Cina: riuscirà nel suo intento di fermare il processo di dedollarizzazione in atto?
Le economie della Cina e degli Stati Uniti sono interconnesse: la prima ha necessità di esportare, i secondi di ritardare la crescita di un mondo multipolare. Autorevoli commentatori scommettono su un accordo (per citarne uno soltanto – cinese – il Professor Jiang Xuequin, recentemente intervistato dal sempre ottimo Professor Glenn Diesen – norvegese).
Eppure, leggendo il saggio di Steven W. Pearce (If the Petroldollar Ends, What Comes Next? Scenarios for U.S. Adaptation in a De-Dollarizing World), l'impressione è che il momento storico che ci attende sia drammatico.
Il declino del petrodollaro è accelerato da cinque forze convergenti:
Nuove alleanze commerciali che aggirano l'architettura finanziaria statunitense.
Dinamiche di transizione energetica che svincolano la valuta dal petrolio.
Riorganizzazioni geopolitiche che considerano la dipendenza dal dollaro un rischio strategico.
Tecnologia digitale che consente meccanismi di compensazione alternativi.
Deficit USA (che Pearce chiama “U.S. fiscal disfunction”): ovvero l'impossibilità di ridurre il deficit senza un'espansione dell'economia (della sfera di influenza americana).
Su quest'ultimo aspetto, laconicamente osservo che il punto debole delle teorie keynesiane è proprio il postulato che lo Stato possa garantire una crescita continua tramite politiche monetarie e/o fiscali espansive.
Ma torno al punto: Donald Trump ha scelto di contrastare la dedollarizzazione con la forza. La Cina acquistava il 68% del petrolio venezuelano pagandolo in Yuan o tramite accordi di scambio (barter): era necessario mandare al mondo (soprattutto ai BRICS) un segnale forte. Il rapimento di un presidente di una Nazione sovrana, un'umiliazione per un intero Paese, per un subcontinente che è sempre stato poco incline ad accettare la dottrina Monroe.
Da sinistra, i soliti semicolti gridano allo scandalo, invocano l'impeachment, si stracciano le vesti per la violazione del diritto internazionale. Eppure, dal 1974 in avanti, ogni volta che qualcuno ha messo in discussione l'architettura del petroldollaro, ha pagato (a volte con la vita).
Gheddafi, dopo avere nazionalizzato l'industria petrolifera, iniziò a vendere petrolio in cambio di altre valute o tramite complessi barter internazionali (ne negoziai uno a Madrid: petrolio in cambio della costruzione di scuole da parte di un'impresa di costruzioni brasiliana, intermediato da una società spagnola). Nel 2009, il Colonnello propose di coniare il Dinaro d'oro, una valuta panafricana basata sul principio della parità aurea: venne ammazzato come un cane.
Stessa sorte per Saddam Hussein, colpevole di vendere petrolio in Euro.
Tutto sommato, ha ragione qualche commentatore di destra quando afferma che il comportamento di Donald Trump è stato meno criminale di quello di molti leader “progressisti”.
Una domanda sorge spontanea: ora che gli USA hanno privato la Cina di una fonte di approvvigionamento importante, andranno fino in fondo blindando anche l'IRAN?
La Cina acquista dalla Federazione russa il 20% del proprio fabbisogno petrolifero e – se anche volesse aumentare gli acquisti – non potrebbe farlo in tempi brevi senza enormi investimenti. Nonostante l'alleanza nei BRICS, dubito che i cinesi vedano di buon occhio una maggiore dipendenza dall'ingombrante vicino russo. L'IRAN diventa quindi cruciale. Non a caso, il Professor Jiang Xuequin scommette che Donald Trump darà l'ordine di bombardare nuovamente Teheran soltanto dopo avere raggiunto un accordo con la Cina (e dunque non prima della visita ufficiale prevista nell'aprile prossimo). Donald Trump è presidente anche grazie ai finanziamenti dei petrolieri, che grazie a lui hanno già ottenuto nuove concessioni petrolifere (celebre lo slogan “drill baby drill”), il ritiro degli Stati Uniti da tutte le organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dell'ambiente e nella conversione energetica e ora si aspettano il controllo totale del Golfo Persico e del Mar Rosso (la presa di Aden da parte dell'esercito saudita fa parte di questa strategia).
Se i tentativi di regime change organizzati dal Mossad non porteranno risultati in tempi brevi, Donald Trump si vedrà costretto a un intervento armato ben più rischioso del rapimento di Nicolàs Maduro.
Nel prossimo futuro (certamente prima della fine della presidenza di Donald Trump), l'IRAN verrà aggredito. La Federazione Russa non è nella condizione di difenderlo, impegnata com'è nella guerra in Ucraina. La Cina è un'incognita: consentirà agli americani di instaurare un regime del terrore planetario? Accetterà passivamente un riarmo da 1,5 trilioni di dollari l'anno che garantirebbe agli USA un dominio planetario? Riecheggiano parole come lebensraum, lo spazio vitale per la Nazione germanica che Adolf Hitler voleva conquistare con i carri armati, Destino manifesto, la teoria secondo la quale Dio ha affidato agli americani in quanto razza più evoluta l'intero mondo. Le disgustose eredità suprematiste giudaiche alleate alle peggiori eredità colonialiste anglosassoni.
Non è un caso se un osservatore cinese come il Professor Jiang Xuequin giudica tutto questo “razzismo, suprematismo bullismo da parte di un Presidente che si comporta come un boss mafioso, attento soltanto al proprio interesse personale diretto”.
“Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie”, aspettando la scintilla che potrebbe trasformare un conflitto latente in una distruzione planetaria. Non è un bel vivere, per chi sia consapevole.
di Alfredo Tocchi, Il Giornale d'Italia, 10 gennaio 2026

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