11 Gennaio 2026
Le proteste in Iran continuano ad allargarsi nonostante la repressione del regime, le minacce di pena di morte e il blackout di internet imposto dalle autorità. Dalle poche immagini filtrate all’estero emergono scene di scontri armati, barricate e spari contro i manifestanti, mentre le Ong parlano di un bilancio sempre più drammatico, con “pile di cadaveri in sacchi neri”.
La rivolta popolare prosegue in diverse città del Paese nonostante il pugno di ferro del regime degli ayatollah. Gli avvertimenti del procuratore generale Mohammad Movahedi Azad, che ha minacciato la pena di morte definendo i manifestanti “nemici di Dio”, non hanno fermato le mobilitazioni. Anche nella notte, in un Paese isolato dal mondo a causa del blackout di internet e delle comunicazioni telefoniche, migliaia di persone sono scese in strada. Le rare immagini circolate online mostrano scontri violenti a Mashhad, Teheran, Tabriz, Ahvaz e Rasht. In alcuni video, diffusi dal creator iraniano Vahid, si vedono manifestanti ripararsi dietro barricate improvvisate mentre le forze di sicurezza sparano dall’alto di una passerella.
A parlare sono soprattutto gli ospedali, descritti come al collasso. Secondo alcune fonti, almeno tre strutture sanitarie di Teheran sono sommerse dall’arrivo di feriti gravi e morti. Le organizzazioni per i diritti umani tracciano un quadro allarmante, per cui i morti sarebbero almeno 72, con 2.311 arresti dall’inizio delle proteste scoppiate per il crollo del rial e il carovita. Le manifestazioni avrebbero coinvolto 512 località in 180 città, distribuite in 31 province. Cifre molto più alte emergono da altre fonti. Un medico di Teheran ha parlato di 217 morti in sole sei strutture ospedaliere della capitale in una sola notte. La discrepanza, spiegano gli osservatori, dipenderebbe dai diversi criteri di conteggio e dalle difficoltà di verifica sul campo.
Secondo diverse testimonianze, il blackout iraniano non è totale ma selettivo. Le connessioni restano attive solo per la tv di Stato e per alcune agenzie filogovernative, che diffondono immagini di strade deserte e manifestazioni pro-regime. Una narrazione smentita dai fatti, poiché le proteste sono diffuse e coordinate, anche in risposta all’appello di Reza Pahlavi, figlio dello Scià deposto nel 1979, che dall’esilio ha invocato una “transizione democratica”. Atteso ora un intervento pubblico del presidente Masoud Pezeshkian, dopo il silenzio della Guida Suprema Ali Khamenei.
Sul piano internazionale, gli Stati Uniti starebbero valutando il sequestro delle petroliere iraniane, sul modello di quanto già fatto con quelle legate al Venezuela. Inoltre, il Pentagono avrebbe presentato a Trump una lista di possibili obiettivi, anche non militari, da colpire a Teheran.
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