11 Gennaio 2026
Iran, Trump valuta ingresso in guerra e attacco a centrale nucleare Fordow, poi minaccia Khamenei: “Sappiamo dove ti nascondi”
La situazione in Iran, al quattordicesimo giorno consecutivo di proteste anti-governative, rimane incandescente. Gli Stati Uniti stanno infatti svolgendo molte riunioni di gabinetto per preparare un eventuale attacco a Teheran: per ora, l'ipotesi più probabile è quella di un raid su siti non militari del Paese. Il presidente Donald Trump, pur essendosi pronunciato a favore dei manifestanti e avendo incitato a rovesciare il regime, non ha ancora disposto un attacco ufficiale. L'ayatollah Ali Khamenei ha però avvertito che, in caso di raid americano "Israele e le basi americane in Medio Oriente saranno tutti obiettivi legittimi".
L’Iran è in stato di massima allerta mentre le proteste antigovernative, scoppiate a fine dicembre per le crescenti tensioni economiche, continuano a scuotere il Paese e a trasformarsi in una sfida aperta al potere della Repubblica islamica, con le infiltrazioni di CIA e Mossad. Secondo organizzazioni per i diritti umani, il bilancio delle vittime ha superato quota cento, con la maggior parte dei morti tra i manifestanti, mentre migliaia di persone sarebbero state arrestate. Le autorità hanno reagito imponendo un blackout quasi totale di internet e rafforzando la repressione nelle principali città, da Teheran a Mashhad.
In questo contesto di forte instabilità interna, cresce il rischio di un’escalation regionale. Il New York Times ha riferito che negli ultimi giorni il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato informato dai suoi consiglieri di diverse opzioni militari contro l’Iran, comprese ipotesi di bombardamenti mirati che potrebbero colpire anche siti non militari nella capitale Teheran. Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva, ma – secondo funzionari americani – starebbe valutando seriamente un’azione armata come risposta alla "repressione violenta" delle manifestazioni.
Le minacce di un possibile intervento statunitense hanno provocato una reazione immediata da parte della leadership iraniana. Il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, ha avvertito che qualsiasi attacco degli Stati Uniti porterebbe Teheran a colpire Israele e tutte le basi militari statunitensi nella regione, definite “obiettivi legittimi”. Un messaggio che alza ulteriormente la tensione in Medio Oriente e che richiama il rischio di un conflitto su larga scala.
Secondo quanto riportato da Reuters, proprio la possibilità di un’azione militare americana e di una conseguente ritorsione iraniana ha fatto salire al livello massimo l’allerta in Israele. Fonti israeliane presenti a consultazioni di sicurezza nel fine settimana hanno confermato uno stato di preparazione elevatissimo, anche se senza fornire dettagli operativi. Tel Aviv teme non solo attacchi diretti, ma anche azioni indirette attraverso alleati regionali dell’Iran.
Intanto, la Casa Bianca continua a inviare segnali ambigui: da un lato il sostegno politico ai manifestanti iraniani, dall’altro la minaccia esplicita dell’uso della forza. In un quadro segnato da proteste di massa, repressione interna e piani militari sul tavolo, l’Iran si trova così al centro di una crisi che potrebbe rapidamente superare i suoi confini e coinvolgere l’intera regione.
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