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Meloni propone dialogo con la Russia, deliri espansionistici di Trump, Europa paralizzata, smarrita e confusa: il Mondo senza legge

In questo quadro di dissoluzione dell'ordine internazionale emerge pericolosamente il precedente stabilito da Israele a Gaza e in Cisgiordania, con il sostegno incondizionato degli Stati Uniti

11 Gennaio 2026

Meloni propone dialogo con la Russia, deliri espansionistici di Trump, Europa paralizzata, smarrita e confusa: il Mondo senza legge

Trump, Meloni e von der Leyen, fonte: imagoeconomica

Le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in conferenza stampa sulla necessità di riaprire il dialogo con la Russia per favorire una soluzione negoziale al conflitto ucraino, giungono in un momento in cui il mondo sembra aver definitivamente abbandonato ogni pretesa di ordine basato su regole condivise.

Europa smarrita e confusa orfana della protezione USA, la necessità del dialogo con la Russia e le mire espansionistiche di Trump

Non si tratta solo di un realismo tardivo rispetto a una guerra che ormai si trascina da quattro anni e che al momento è costata all’Europa ben più di 200 miliardi di euro, ma del riconoscimento implicito di una realtà più ampia e inquietante: l'architettura internazionale del dopoguerra è ormai collassata, e al suo posto emerge un panorama caotico dove ogni potenza persegue i propri obiettivi con la forza o la minaccia della forza. Mentre l'Europa incapace di ogni decisione discute ancora se dialogare con Mosca, cosa che invece riterrei effettivamente urgente e assolutamente necessaria (unica cosa sulla quale son d’accordo con la Meloni), dall'altra parte dell'Atlantico, Donald Trump, ha già trasformato la politica estera americana in una serie di proclami che oscillano tra il grottesco e il pericoloso. La Groenlandia dev'essere acquistata o conquistata, il Canale di Panama rivendicato, Cuba minacciata, il Messico e la Colombia intimoriti con la prospettiva di interventi militari o economici. Un delirio espansionistico degno di un'altra epoca, reso ancora più inquietante dall'entourage che circonda il Presidente eletto: figure come Marco Rubio, il rinnegato che ha tradito ogni principio per assecondare le ossessioni trumpiane, e Stephen Miller, l'ideologo xenofobo che porta avanti un'agenda dove il nativismo si mescola pericolosamente con pulsioni autoritarie. Quello che emerge è un'America che non solo abbandona l'Europa al suo destino, ma che si propone essa stessa come potenza revisionista, pronta a violare sovranità e confini altrui con la stessa disinvoltura che attribuisce ai suoi avversari. L'alleato transatlantico si è trasformato in un problema, forse più imprevedibile e destabilizzante di quelli tradizionali.

L'Europa smarrita: unità di facciata, disordine strategico

Di fronte a questo scenario, l'Unione Europea mostra tutta la sua inadeguatezza strutturale. Le dichiarazioni di Meloni sul dialogo con la Russia – questa volta in pieno accordo con Macron - sono significative proprio perché arrivano in totale autonomia rispetto a Bruxelles, segno che ormai ogni governo europeo persegue una propria linea, spesso in contraddizione con quella degli altri. La Francia appunto cerca di mantenere un ruolo da mediatrice, la Germania è paralizzata dalla sua dipendenza energetica e dai suoi vincoli costituzionali, i Paesi baltici e la Polonia spingono per un confronto sempre più duro con Mosca, l'Ungheria persegue i suoi interessi nazionali senza curarsi delle posizioni comuni. Il risultato è un'Europa che procede in ordine sparso, confusa e impotente, incapace di prendere qualsiasi decisione e di elaborare una strategia coerente non solo verso la Russia e l'Ucraina, ma verso qualsiasi crisi internazionale. Quando Trump minaccia la Groenlandia, territorio di un paese membro dell'UE come la Danimarca, la risposta europea è un misto di incredulità e impotenza. Nessuna reazione unitaria, nessuna capacità di deterrenza, solo dichiarazioni di circostanza che confermano l'irrilevanza strategica del continente e per l’ennesima volta l’incapacità di saper assumere – come UE - una posizione ferma e decisa, come nel terribile e scandaloso caso del genocidio dei gazawi, dove né Von der Leyen né la Kallas son riuscite a spendere una sola parola.

Il precedente israeliano: quando le regole non contano più

In questo quadro di dissoluzione dell'ordine internazionale, così come si diceva, emerge pericolosamente il precedente stabilito da Israele a Gaza e in Cisgiordania, con il sostegno incondizionato degli Stati Uniti. Quando uno Stato può condurre operazioni militari che violano sistematicamente il diritto internazionale, occupare territori, procedere con pulizie etniche e annessioni, bombardare infrastrutture civili e organizzazioni umanitarie, tutto questo sotto gli occhi della comunità internazionale e senza conseguenze reali, quale messaggio si invia al resto del mondo? La Cina dal canto suo osserva attentamente. Pechino mantiene la pressione su Taiwan, conduce esercitazioni militari sempre più aggressive, testa le difese dell'isola e la determinazione americana. E la domanda diventa inevitabile: se Israele può agire impunemente contro i palestinesi, se la Russia può invadere l'Ucraina pagando un prezzo limitato, se gli Stati Uniti possono minacciare di annettersi la Groenlandia, su quale base morale o giuridica si potrebbe condannare un'eventuale invasione cinese di Taiwan? Il doppio standard è ormai talmente evidente da rendere risibili le invocazioni al diritto internazionale. Quando le regole si applicano selettivamente, quando la forza diventa l'unico arbitro reale delle controversie internazionali, quando le istituzioni multilaterali vengono sistematicamente aggirate o ignorate, il risultato è il ritorno alla legge della giungla.

Il mondo multipolare della forza

Quello che si profila non è il "mondo multipolare" idealizzato da alcuni teorici delle relazioni internazionali, dove diverse potenze bilanciano i propri interessi attraverso la diplomazia e il compromesso. È invece un disordine multipolare dove ogni attore persegue i propri obiettivi espansionistici o revisionistici senza vincoli reali, dove la deterrenza nucleare impedisce gli scontri diretti tra grandi potenze ma lascia campo libero alle aggressioni contro Stati più deboli, dove le alleanze tradizionali si svuotano di significato. In questo contesto, la proposta di Meloni di riaprire il dialogo con la Russia, per quanto tardiva e insufficiente, rappresenta almeno un riconoscimento della realtà: non si può continuare a fingere che l'isolamento della Russia sia una strategia sostenibile quando l'alternativa è una guerra di logoramento senza fine in Ucraina e una spaccatura sempre più profonda tra l'Occidente e il resto del mondo. Di più: invece di cercare il dialogo, dopo ben quattro anni di guerra, vi sono Paesi che vorrebbero inviare ancora miliardi di euro all’Ucraina, un vero pozzo senza fondo. Altri pensano addirittura di inviare dei contingenti militari (come Belgio, Lituania ed Estonia); in Italia emerge una forte spaccatura di intenti e di pensiero, dato che, mentre Meloni ha escluso categoricamente l'invio di truppe italiane, l’invito ad aderire all’invio di soldati arriva paradossalmente da una certa “sinistra”. Ma il punto è che questa apertura arriva in un momento in cui l'Europa non ha più la forza, l'unità e la credibilità per giocare un ruolo da protagonista in qualsiasi negoziazione.

Il panorama che emerge è quindi quello di un'umanità che ha abbandonato l'ambizione, forse mai davvero realizzata, ma almeno formalmente perseguita, di risolvere i conflitti attraverso istituzioni e norme condivise. Trump minaccia di conquistare la Groenlandia, la Russia occupa l'Ucraina, Israeleprocede con la sua pulizia etnica in Palestina, la Cina si prepara ad assaltare Taiwan, e l'Europa resta alla finestra divisa, confusa e immobile. Non si tratta più di scegliere tra schieramenti, ma di riconoscere che tutti i principali attori globali hanno ormai abbandonato ogni pretesa di rispettare regole comuni. Quello che resta è la nuda forza, temperata solo dalla paura della mutua distruzione nucleare. Un equilibrio precario e terrificante, dove ogni crisi locale rischia di innescare reazioni a catena imprevedibili.

Di Eugenio Cardi

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