03 Gennaio 2026
Il vero obiettivo di Trump era ed è sempre stato Nicolás Maduro, il 'caudillo' delfino dell'ex Presidente Hugo Chavez, che ha comandato il Venezuela per 13 anni consecutivi, dal 2013. Non è una novità e l'attacco improvviso di questa notte su basi militari e porti della capitale Caracas ne sanciscono la prova definitiva. Maduro e la moglie, Cilia Flores, conosciuta negli stessi ambienti chavisti, sarebbero stati "catturati" - citando Trump - dalla Delta Force, l'unità speciale d'élite dell'esercito Usa, anche se alcune fonti parlano piuttosto di un'"uscita negoziale". Una resa, sostanzialmente, da parte di Maduro.
Accusato dagli Stati Uniti di essere uno dei principali narcotrafficanti al mondo, nonché capo di un governo dittatoriale e indagato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, Maduro (cioè, il suo governo) ha sempre rappresentato il vero target dell'establishment trumpiano. La narrazione della droga crolla: al netto del fatto che, secondo fonti informate, pare che solo il 5% del fentanyl - la droga più pericolosa al momento in circolazione negli Usa - provenga dal Venezuela, gli interessi americani sono sempre stati altri. Petrolio, di cui il Venezuela detiene il 18% delle riserve posizionandosi tra i Paesi leader nell'esportazione del cosiddetto 'oro nero'. Interessi strategici di controllo dell'emisfero meridionale del continente sperando nell'estromissione dei "pericolosi" alleati di Maduto, ovvero Russia, Cina e Iran.
L'uscita di scena del presidente Maduro ora apre le porte ad un periodo di profonda instabilità politica per il Venezuela che, già prima, era uno dei Paesi del Sud America più vulnerabili per via dei dissidi politici interni. La questione ora riguarda quindi il modo con cui Trump (probabilmente su comune accordo di Maduro) ha intenzione di "colmare" il vuoto di potere. Due sono a questo punto le possibili ipotesi. O collocare in medias res un leader dell'opposizione, cioè apertamente anti-chavista e anti-Maduro come, per esempio la neo-eletta Premio Nobel Maria Corina Machado, sostenuta dagli Usa e apertamente a favore di rendere il Venezuela un "polo energetico, tecnologico, petrolifero" (filo) statunitense - come da lei stessa dichiarato l'11 Dicembre scorso.
Oppure scegliere la via "morbida": collocare la vice Delcy Rodríguez, o un altro esponente dell'attuale governo Maduro, a capo di un governo di transizione che "accompagni", senza troppi scossoni, il Paese sudamericano alla transizione statunitense. Comunque la si voglia guardare, l'ombra dell'establishment Usa è lunga. Sulle speculazioni di una negoziazione in tal senso si era già parlato, e fonti ben informate avevano aggiunto che la parte Usa si era "opposta" a tale trattativa perché, nella sostanza, devota allo stesso regime di Maduro. Eppure, non è escluso che si formi inevitabilmente un governo ad interim necessario all'insediamento di personaggi di comodo a Trump.
Non a caso, dopotutto, l'ultimo conferimento del Premio Nobel all'oppositrice Machado era stata vista - e non solo dalla Casa Bianca seppur con altro significato - come una chiara mossa politica. Intanto, la chiara aggressione Usa al Venezuela, definita da Mosca "priva di fondamento" cioè ingiustificabile, sta spaccando non solo la politica statunitense, ma la compagine degli Stati sudamericani: con Colombia, Bolivia e Cuba apertamente schierati con Maduro, mentre Argentina e Paraguay caldeggiano per Washington.
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