06 Febbraio 2026
Il balzello sui pacchi provenienti da Paesi extra Ue sotto la soglia dei 150 euro prende tempo. L’Italia si prepara a spostare in avanti l’entrata in vigore del contributo introdotto per colpire la massa crescente di spedizioni e-commerce a basso valore, con l’obiettivo di far coincidere la misura nazionale con il nuovo assetto doganale che sarà applicato a livello di Unione europea. La nuova data di riferimento è il 1° luglio 2026, una finestra che consente di evitare sovrapposizioni normative e, soprattutto, di ridurre il rischio di paralisi nei flussi commerciali.
Il nodo non è solo fiscale, ma strutturale. Negli ultimi anni le piattaforme internazionali hanno moltiplicato le spedizioni dirette ai consumatori europei, sfruttando il canale dei piccoli invii e un sistema che, di fatto, ha reso più leggera la pressione rispetto ai canali tradizionali. Il contributo italiano nasce proprio con l’idea di riequilibrare il campo di gioco, introducendo un costo fisso per ciascun pacco sotto soglia proveniente da fuori Unione. Tuttavia, applicarlo in anticipo rispetto al quadro europeo avrebbe significato caricare operatori, corrieri e dogane di un doppio regime difficile da gestire.
Il rinvio risponde quindi a una logica di coordinamento. Il progetto europeo di riforma doganale punta a superare l’attuale sistema delle esenzioni sui piccoli valori, con un meccanismo più uniforme di riscossione dei dazi e una maggiore tracciabilità delle merci. Allineare il contributo italiano a quel calendario permette di costruire un’unica architettura, evitando che l’Italia diventi un’anomalia nel mercato unico, con possibili effetti di dirottamento dei flussi verso altri hub logistici.
Sul piano operativo, il tempo in più serve a rafforzare le infrastrutture digitali e i controlli. L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è chiamata a gestire volumi enormi di dichiarazioni semplificate, spesso legate a spedizioni frazionate e a catene di vendita opache. Senza sistemi informatici pienamente integrati con piattaforme e operatori logistici, il rischio è trasformare una misura di equità fiscale in un collo di bottiglia capace di rallentare consegne, creare contenziosi e generare costi indiretti per consumatori e imprese.
C’è poi un tema di concorrenza. I retailer europei denunciano da tempo uno squilibrio a favore dei venditori extra Ue che spediscono direttamente ai clienti finali, mentre chi opera con magazzini e strutture sul territorio sostiene oneri fiscali e regolatori più pesanti. Il contributo sui pacchi nasce anche come risposta politica a questa pressione, ma la sua efficacia dipenderà da quanto sarà inserito in una cornice coerente a livello europeo. Agire da soli, in un mercato integrato, avrebbe effetti limitati e potenzialmente distorsivi.
Il rinvio al 2026 è dunque una scelta di realismo più che di arretramento. Il messaggio è chiaro: la stretta arriverà, ma dentro un sistema armonizzato, tecnicamente sostenibile e giuridicamente solido. Per imprese, logistica e consumatori significa un periodo di transizione in cui prepararsi a un cambio di paradigma: meno scorciatoie sui micro-invii, più trasparenza sui flussi, più controllo fiscale. La stagione del “pacchetto quasi invisibile” sta finendo; la differenza la farà la capacità delle istituzioni di trasformare una buona intenzione in una macchina che funzioni davvero.
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