06 Febbraio 2026
I cittadini stanno imparando a loro spese che fidarsi di chi ha il potere è un male. È successo con il Covid e i vaccini sperimentali, accade con le guerre e con le politiche della UE, tra cui questa sull’auto elettrica.
L’elettrico è finito, non è uno slogan polemico, ma una constatazione industriale fatta poche ore fa dal direttore generale di Stellantis, Antonio Filosa. Il manager ha annunciato una svalutazione da 22 miliardi di euro per correggere una strategia che aveva puntato tutto sull’elettrico. Filosa ha pronunciato chiaro e tondo la parola “reset” per annunciare il cambio.
Stellantis paga il prezzo di una scelta voluta dalla politica dirigista UE. L’azienda aveva seguito il Green Deal europeo e i suoi fondi, senza margini di manovra. Ora ammette l’errore. Filosa parla di sopravvalutazione dei tempi della transizione e di distanza dai desideri reali dei clienti. I numeri parlano chiaro: le immatricolazioni sono calate in tutta Europa, le famiglie rinviano gli acquisti, le aziende bloccano le flotte e le auto acquistate arrivano con estremo ritardo. Non si fa un cambio di fase industriale per volere politico e in una nottata.
L’Unione Europea aveva fissato una linea rigida: stop ai motori termici dal 2035, riduzione totale delle emissioni allo scarico, spazio minimo per soluzioni intermedie. Quel piano colpiva una filiera che aveva costruito per decenni lavoro, competenze, sviluppo, ricchezza e reddito. Nessun divieto sull’usato, ma una ghigliottina sulle nuove immatricolazioni: il passato funzionante non aveva più diritto di cittadinanza, bisognava eccedere nel consumismo a trazione green. Ora è arrivato il conto con effetti devastanti sul lavoro e sui consumatori.
Il caso Stellantis non è isolato, perché anche Volkswagen ha rinviato gli investimenti sulle batterie e Renault ha ridotto la capacità produttiva. L’elettrico richiede capitali enormi e ha, per ora, margini bassi, con l’effetto che le aziende europee restano schiacciate tra norme punitive e concorrenza asiatica. Nel frattempo la Cina avanza con tecnologie nuove nate già pensando all’elettrico, senza riconvertire imprese che da decenni lavorano sui motori a scoppio.
Chi ha comprato un’auto elettrica oggi lo ha fatto fidandosi del potere. Ora rischia una svalutazione rapida e gli effetti di un mercato incerto che produce beni che perdono valore. Le famiglie restano con in mano mezzi difficili da rivendere.
La lezione è dura ma chiara: quando la politica ignora la vita reale e l’economia (quella vera che si studia all’Università), il danno cade su di te. Se ideologie dirigiste e demenziali guidano l’industria, il risultato porta chiusure, povertà e sprechi. Oggi l’elettrico non sparisce, ma perde il ruolo di unica via possibile: la realtà ha presentato il conto.
I cittadini stanno imparando a loro spese che fidarsi di classi dirigenti improvvisate e attente al solo potere per se stesso costa un prezzo. Chi si fida e non ragiona con la propria testa e le competenze appropriate paga di persona.
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