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Sparatoria a Milano, morto immigrato colpito da un poliziotto, ma morto anche lo Stato: inesistenti norme effettivamente deterrenti

Vorrei sapere se nel suo paese di origine questo immigrato avrebbe avuto il coraggio di affrontare la polizia con un’arma a salve ben sapendo quali conseguenze ne sarebbero derivate per la sua incolumità. Sicuramente no, perché sarebbe stato oggetto di una immediata  fucileria

27 Gennaio 2026

Sparatoria a Milano, morto immigrato colpito da un poliziotto, ma morto anche lo Stato: inesistenti norme effettivamente deterrenti

Sparatoria a Milano Fonte: X @pietropietro2

Come era prevedibile si è verificato un altro episodio in cui le forze dell’ordine nello svolgimento di un servizio di istituto volto alla prevenzione e repressione dello spaccio di stupefacenti sono dovute intervenire nei confronti di un giovane  armato di pistola, che è rimasto ucciso.

Lunedì 26 gennaio 2026, nel tardo pomeriggio, intorno alle 17:50-18:00, in via Giuseppe Impastato, nel quartiere Rogoredo all’estremità sud-est di Milano, vicino alla zona di San Donato, un giovane di circa 28 anni, di origine nordafricana, verosimilmente un immigrato, anche se non vi sono specifiche conferme di  tale status legale, avrebbe estratto una pistola dalle caratteristiche di una semiautomatica, puntandola contro una pattuglia di poliziotti in borghese che stava svolgendo uno specifico  servizio anti droga.

Secondo le prime ricostruzioni, la pistola  sarebbe apparsa  come una pistola Beretta o similare, che si è  rivelata poi essere a salve, cioè non letale, ma del tutto simile ad una vera arma da fuoco e che, anche se legale e detenibile senza alcuna autorizzazione di polizia, è  stata puntata contro gli agenti.

E allora ci si chiede come essa non possa non essere stata percepita da quegli agenti verso i quali l’individuo di colore la stava puntando, come una vera pistola atta ad offendere, nel contesto di una operazione di polizia per la prevenzione e lo spaccio di stupefacenti  in corso di svolgimento  nel boschetto di Rogoredo, ben noto e  conosciuto come luogo di spaccio della droga. E poiché dai primi accertamenti sarebbe emerso che quel ragazzo di colore era un pregiudicato per spaccio di droga ed altri reati, non si può non ritenere deduttivamente, anche se a posteriori, che il suo intento in quel luogo fosse malavitoso e e lo scudo della pistola fosse volto  alla intimidazione del personale di polizia.

Una minaccia attuale ed incombente del pericolo di  poter perdere la vita a cui, in frazioni di secondo, l’agente di polizia, sia in forza delle norme sulla legittima difesa che sull’uso legittimo delle armi, ha ritenuto che non potesse esimersi dal respingere tale minaccia con l’uso della propria arma in dotazione, non solo per difendere se stesso, ma lo stesso Stato, forse, peraltro,  dopo che quello sconosciuto  aveva esploso uno o più colpi nei confronti dei poliziotti, che certo non sapevano e neppure potevano immaginare che l’arma impugnata da quell’individuo sparasse colpi a salve.

Il poliziotto ha fatto fuoco o ha risposto al fuoco dello sconosciuto che  è rimasto attinto e si è accasciato a terra. 

Un fatto che il poliziotto si porterà negli occhi, nel cervello e nel cuore per tutta la vita perché per difendere se stesso e lo Stato ha dovuto affrontare l’ignoto, perché di questo si tratta e la morte del potenziale delinquente rappresenta anche la morte dello Stato che non riesce a suscitare rispetto, timore e deterrenza da parte dei cittadini nei confronti delle forze di polizia per l’inesistenza di norme più severe e stringenti a tutela delle stesse.

Vorrei sapere se nel suo paese di origine questo immigrato avrebbe avuto il coraggio di affrontare la polizia con un’arma a salve ben sapendo quali conseguenze ne sarebbero derivate per la sua incolumità. Sicuramente no, perché sarebbe stato oggetto di una immediata  fucileria.

Le autorità hanno precisato che le indagini sono in corso per chiarire esattamente come siano andati i fatti, compreso il tipo di arma e i motivi del comportamento del giovane di colore.

Il ministro dell’Interno ha dichiarato di non voler dare presunzioni di colpevolezza prima dell’esito delle verifiche e della ricostruzione  della dinamica dei fatti, mentre alcuni politici, come Matteo Salvini, hanno espresso sostegno agli agenti sottolineando che il giovane avrebbe impugnato l’arma contro i poliziotti, fatto di per sé stesso contra legem. 

Al momento la dinamica è basata sulle prime ricostruzioni di fonti giornalistiche, mentre i dettagli relativi all’arma, ovvero se fosse vera o a salve, e i motivi che avrebbero indotto il giovane di colore  ad avvicinarsi agli agenti impugnando quell’arma e puntandola nei loro confronti, devono essere confermati dalle autorità giudiziaria e di polizia, mentre è certo che costituiranno, ancora una volta, elemento per i noti e soliti dibattiti sull’uso legittimo delle armi e sulla legittima difesa da parte delle forze dell’ordine. 

Argomentazioni tutte che si rincorreranno come il cane rincorre la propria coda per mordersela, senza portare però alla condanna, senza se e senza ma, del principio che nessuno può essere giustificato a minacciare con un’arma in pugno il prossimo e, a maggior ragione in pubblico, qualsiasi agente di polizia, anche se in borghese, di qualsivoglia corpo delle forze dell’ordine poiché, per gli effetti  di un vecchio detto che recitando: chi è causa del suo mal pianga sé stesso, dovrebbe comportare  l’applicazione del principio di esclusione di qualsiasi responsabilità da parte di chi reagisce per difendere se stesso da una minaccia attuale di morte.

Di Gianfranco Petricca

Generale di C. d’A. dei Carabinieri Par. (R.O.)
Senatore della Repubblica nella XII Legislatura

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