27 Gennaio 2026
Il 27 gennaio ricorre in Italia il Giorno della Memoria, istituito dalla legge 211 del 2000 per ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione degli ebrei e di tutti coloro che si opposero al progetto di sterminio nazifascista. Il valore universale di questa ricorrenza non dovrebbe risiedere nella ritualità commemorativa, ma nella capacità di tradurre il "mai più" in un imperativo etico applicabile a tutti i genocidi, passati, presenti e futuri.
Infatti, mentre ci prepariamo a celebrare l'ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, il mondo assiste a quello che un numero crescente di studiosi del genocidio, organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani, definiscono un altro genocidio in corso: quello del popolo palestinese a Gaza.
Non si tratta di affermazioni di parte, estemporanee o propagandistiche, dato che le voci più critiche arrivano proprio da importantissimi membri della comunità ebraica internazionale: Raz Segal, professore israeliano di studi sull'Olocausto e sul genocidio alla Stockton University, ha definito già nell'ottobre 2023 quanto sta accadendo a Gaza "un caso da manuale di genocidio". Segal, che ha dedicato la propria carriera allo studio dello sterminio nazista, ha identificato nella campagna israeliana sia l'intento genocida espresso pubblicamente dai leader politici e militari israeliani, sia gli atti materiali previsti dalla Convenzione ONU del 1948. Omer Bartov, altro eminente storico dell'Olocausto che ha servito nelle forze armate israeliane, è giunto alla "ineluttabile conclusione" che Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese. Dirk Moses, direttore del Journal of Genocide Research, ha posto una domanda provocatoria alla sua comunità accademica: "Qual è il senso di questo campo di studi se esso stesso abilita l'uccisione di massa dei palestinesi in nome dell'autodifesa e della prevenzione del genocidio?". La rivista scientifica The Lancet ha pubblicato a luglio 2025 un editoriale firmato da studiosi e professionisti sanitari che denuncia il "silenzio selettivo" della comunità scientifica internazionale di fronte al genocidio a Gaza, contrapponendolo alla rapida condanna dell'invasione russa dell'Ucraina.
Jewish Voice for Peace, la più grande organizzazione ebraica antisionista al mondo con oltre 32.000 membri attivi, ha definito senza ambiguità l'assalto a Gaza come genocidio. Nel gennaio 2024, l'organizzazione ha spiegato in un documento dettagliato di come Israele stia soddisfacendo entrambi i requisiti della Convenzione sul Genocidio: l'intento dichiarato di distruggere un gruppo e gli atti materiali che mettono tale intento in pratica. Breaking the Silence, organizzazione fondata da ex-soldati israeliani, ha raccolto testimonianze dirette di militari che documentano l'uso sistematico di palestinesi come scudi umani, la distruzione deliberata di infrastrutture civili e la messa in atto di pratiche che violano sistematicamente il diritto internazionale umanitario. Nadav Weiman, direttore esecutivo dell'organizzazione, ha dichiarato: "La disumanizzazione dei palestinesi in Israele è diventata così comune da portare a questo tipo di pratiche all'interno delle Forze di Difesa Israeliane". B'Tselem, il principale centro israeliano per i diritti umani nei territori occupati, ha pubblicato nel luglio 2025 un rapporto devastante intitolato "Il nostro genocidio", in cui afferma senza equivoci: "Israele sta agendo in modo coordinato e deliberato per distruggere la società palestinese nella Striscia di Gaza, commettendo un genocidio contro i suoi residenti". L'organizzazione aveva già definito nel 2021 Israele uno "Stato di apartheid". Tra le altre voci ebraiche critiche spiccano intellettuali del calibro di Norman Finkelstein (figlio di sopravvissuti alla Shoah), Judith Butler (filosofa americana ebrea, professoressa all'Università di California, Berkeley, ebrea antisionista dichiarata, critica feroce delle politiche israeliane, ha scritto estensivamente sulla questione palestinese sostenendo che l'antisionismo non solo non è antisemitismo, ma che può essere una posizione profondamente ebraica), Noam Chomsky (linguista, filosofo e attivista politico americano, professore emerito al MIT, uno degli intellettuali pubblici più influenti al mondo, ebreo di origini ashkenazite, da decenni uno dei critici più acuti e documentati delle politiche israeliane e del sostegno USA a Israele), e Gabor Maté(sopravvissuto bambino all'Olocausto). Quest'ultimo ha scritto: "Come ebreo i cui genitori sono sopravvissuti ad Auschwitz, sono scioccato dal fatto che qualcuno possa equiparare la legittima critica alle politiche israeliane con l'odio verso gli ebrei".
Secondo le organizzazioni internazionali, dall'ottobre 2023 Israele ha ucciso oltre 71.000 palestinesi a Gaza (cifra ampiamente sottostimata secondo molti esperti), di cui almeno 14.000 bambini. Uno studio pubblicato su The Lancet ha calcolato che l'aspettativa di vita a Gaza è crollata di circa 35 anni nel 2024 - un declino maggiore di quello registrato durante il genocidio in Ruanda. Gaza ha registrato il più alto numero di bambini con amputazioni pro capite al mondo, il maggior numero di operatori sanitari uccisi (oltre 1.400), di personale ONU ucciso (295) e di giornalisti uccisi (212) in qualsiasi zona di conflitto recente. Il 70% delle abitazioni è stato distrutto, insieme a 125 strutture sanitarie, 34 ospedali e 186 ambulanze. La Corte Internazionale di Giustizia ha riconosciuto la "plausibilità" che Israele stia commettendo un genocidio. Amnesty International, Human Rights Watch e numerosi relatori speciali delle Nazioni Unite hanno concluso che si tratta di genocidio.
Come ha sottolineato Raz Segal, raramente nella storia i perpetratori di genocidio hanno espresso le proprie intenzioni in modo così esplicito, chiaro e diretto. Il vice presidente della Knesset, Nissim Vaturi, ha dichiarato il 7 ottobre: "Ora abbiamo tutti un obiettivo comune: cancellare la Striscia di Gaza dalla faccia della terra". Il Ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha affermato: "Stiamo combattendo animali umani e agiremo di conseguenza". Il Ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir (condannato dallo stesso Stato di Israele per ben 8 volte per razzismo e terrorismo e fautore della legge istitutiva della pena capitale per palestinesi) ha scritto su X che l'unica cosa che deve entrare a Gaza sono "centinaia di tonnellate di esplosivi dall'aeronautica, nemmeno un grammo di aiuti umanitari". Questi non sono commenti isolati. Come documentato da Jewish Voice for Peace e da numerosi analisti, i verbi genocidiari - "cancellare", "appiattire", "radere al suolo" Gaza - sono diventati onnipresenti nel discorso pubblico e nei media israeliani. A Tel Aviv è apparso uno striscione con la scritta "Zero Gazawi". Su Channel 14, un canale vicino a Netanyahu, un ospite ha invocato di "trasformare Gaza in Dresda". Restano poi interrogativi inquietanti sui massicci fallimenti dell'intelligence e della sicurezza israeliana il 7 ottobre. Come ha notato il quotidiano Haaretz, Israele possiede uno degli apparati di sorveglianza più sofisticati al mondo, particolarmente su Gaza. Diverse inchieste giornalistiche hanno documentato che informazioni sui preparativi di Hamas erano state segnalate ma ignorate. Netanyahu ha rifiutato di istituire una commissione d'inchiesta indipendente sulle responsabilità politiche e militari.
È significativo come Netanyahu abbia sistematicamente utilizzato il 7 ottobre per giustificare una campagna che va ben oltre qualsiasi legittima autodifesa. Come hanno notato senatori americani che hanno visitato la regione, il premier israeliano teme che la fine della guerra porti maggiore scrutinio sulle sue responsabilità pre-7 ottobre e sul suo ruolo negli anni di finanziamento indiretto di Hamascome strategia per dividere i palestinesi e impedire una soluzione a due Stati. I suoi partner di coalizione, Smotrich e Ben-Gvir, due fanatici estremisti di destra, si son sempre dichiarati esplicitamente contro un cessate il fuoco che infatti è avvenuto formalmente ma non certamente nei fatti dato che Israele continua comunque a bombardare Gaza e Libano. Inoltre, mentre l'attenzione mondiale era ed è concentrata su Gaza, i coloni israeliani in Cisgiordania hanno intensificato una campagna di violenza sistematica contro i palestinesi. Secondo B'Tselem, almeno 44 comunità palestinesi sono state forzatamente trasferite durante i massicci attacchi su Gaza. Milizie armate di coloni, spesso supportate dall'esercito israeliano, hanno attaccato villaggi, bruciato case e campi, costringendo intere famiglie a fuggire dalle terre abitate da generazioni. Solo nel gennaio 2026, 26 famiglie (124 persone, inclusi 59 minori) sono state espulse con la forza dalla comunità di Ras 'Ein al-'Auja nella valle del Giordano meridionale. Dal 7 ottobre 2023, oltre 450 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania da soldati israeliani e coloni, con interi villaggi spopolati in quella che costituisce una vera e propria pulizia etnica progressiva. Breaking the Silence ha documentato come queste violenze non siano episodi isolati ma parte di una politica sistematica di espansione degli insediamenti illegali e di espulsione dei palestinesi.
La Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, ha recentemente avvertito che "la sfida non è tanto quella di affrontare il negazionismo, ma l'abuso, la banalizzazione e la strumentalizzazione della Shoah". Un avvertimento che assume particolare rilevanza di fronte ai disegni di legge attualmente in discussione in Parlamento, che di fatto criminalizzerebbero la critica alle politiche israeliane equiparandola all'antisemitismo. Questo rappresenta non solo una minaccia alla libertà di espressione garantita dalla Costituzione italiana (articoli 21 e 33), ma anche un pericoloso tentativo di svuotare di significato il concetto stesso di antisemitismo, trasformandolo da condanna dell'odio razziale in strumento di repressione del dissenso politico.La denuncia delle politiche israeliane proveniente dalle voci più autorevoli della comunità ebraica internazionale è cruciale quindi anche per comprendere la fondamentale distinzione tra antisionismo e antisemitismo: come ha osservato lo storico Omer Bartov, la negazione del genocidio a Gaza"minaccia di minare tutto ciò per cui la ricerca e la commemorazione dell'Olocausto hanno lottato negli ultimi decenni".
È fondamentale quindi ribadire con forza e assoluta chiarezza e trasparenza che criticare (seppur aspramente) le politiche dello Stato di Israele non equivale in alcun modo all'odio verso gli ebrei. L'antisemitismo è un abominevole pregiudizio razziale e religioso che va combattuto senza compromessi. L'antisionismo è la critica politica a un'ideologia nazionalista e alle azioni di uno Stato, critica politica portata avanti con convinzione da decenni a livello internazionale da una buona fetta dell’intera comunità ebraica. Non solo quindi queste due posizioni sono distinte e diverse, ma appunto è proprio la comunità ebraica internazionale a fornire alcune delle critiche più articolate e profonde alle politiche israeliane. Equiparare antisionismo e antisemitismo significa negare l'agencypolitica agli ebrei stessi, riducendoli a un monolite indistinto quando invece rappresentano una delle comunità più politicamente diversificate al mondo. L'Anti-Defamation League(organizzazione ebraica americana fondata nel 1913 con la missione originaria di combattere l'antisemitismo e la diffamazione contro gli ebrei) ha tentato di classificare come "antisemiti" eventi di protesta organizzati da gruppi ebraici come Jewish Voice for Peace e IfNotNow, provocando le dimissioni di membri del proprio staff che hanno denunciato questa strumentalizzazione.
Se il Giorno della Memoria deve conservare un significato che vada oltre la commemorazione rituale, deve tradursi nella capacità di riconoscere i segnali del genocidio dovunque e contro chiunque si manifestino. Come scrive lo storico israeliano Raz Segal, gli insegnamenti dell'Olocausto"sono oggi molto, molto urgenti. Dobbiamo mettere al centro le voci di coloro che affrontano la violenza statale e il genocidio, e dobbiamo agire per la prevenzione il più rapidamente possibile". La memoria della Shoah ci impone di identificare e denunciare i genocidi quando sono ancora in corso, non dopo che si sono consumati. Ci impone di ascoltare le vittime, di credere alle loro testimonianze, di non cedere alla tentazione dell'indifferenza. Ci impone di rifiutare la logica secondo cui alcune vite umane valgono più di altre. Un rabbino di Jewish Voice for Peace ha scritto: "Quando recitiamo lo Shema, la preghiera più sacra dell'ebraismo, dichiariamo che tutti gli esseri umani sono echad, tutti sono uno. La sicurezza degli ebrei è intrecciata con la sicurezza dei palestinesi. Nessuno è libero finché non lo siamo tutti".
Ricordare il 27 gennaio significa assumere una responsabilità etica che non si esaurisce nella commemorazione ma si traduce nell'azione. Significa rifiutare ogni forma di supremazia razziale ed etnica. Significa opporsi alla disumanizzazione dell'altro, chiunque esso sia. Significa difendere il diritto internazionale, la Convenzione sul Genocidio e i diritti umani universali. Se il Giorno della Memoria diventa un esercizio di autoassoluzione collettiva, una celebrazione vuota che non mette in discussione le nostre complicità presenti, allora tradisce il suo significato più profondo. Come ha scritto la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz: "Il pericolo dell'oblio c'è sempre".Ma forse il pericolo maggiore non è dimenticare il passato. È ricordarlo selettivamente, applicando standard morali differenti a vittime diverse, trasformando il "mai più" in un "mai più a noi" che lascia spazio a nuovi genocidi purché perpetrati in nome della sicurezza o della lotta al terrorismo. La vera fedeltà alla memoria della Shoah si misura non nelle cerimonie commemorative ma nella capacità di dire "mai più" e intenderlo davvero. Per tutti. Sempre.
Di Eugenio Cardi
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