16 Marzo 2026
Fonte: Facebook profilo Diego Fusaro
In Italia esiste una convinzione che nessuno mette più in discussione: la politica è marcia e solo i magistrati possono moralizzarla. È diventata una specie di religione laica. Da questa idea nasce anche il modo con cui si discute oggi del referendum sulla giustizia. Non si parla di regole, di garanzie, di errori giudiziari, ma si fa il tifo, come allo stadio: da una parte i magistrati, dall’altra i politici. I primi incarnano la purezza, i secondi la corruzione. Il problema è che la realtà è più complessa.
La giustizia italiana può sbagliare perché è fatta da uomini che hanno pregi e difetti. E quando sbaglia distrugge vite. Il caso più famoso resta quello del più grande presentatore di un’epoca, Enzo Tortora: arrestato, sbattuto in prima pagina, trattato come un boss della camorra. Poi assolto, innocente, ma ormai distrutto, dopo poco morì di cancro. Non è un episodio isolato. E come è possibile che un innocente, Beniamino Zuncheddu, finisca in carcere per 33 anni senza che nessuno alzi un dito? E che circa 1000 innocenti finiscano in carcere ogni anno (quasi 3 al giorno)? O che lo Stato funzioni così bene da isolare (e lo fecero anche dei magistrati dell’epoca) uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, attaccati, delegittimati, morti annunciate? Gli stessi ambienti che li trattavano con sospetto allora oggi li considerano eroi o ci fanno gli approfondimenti. E allora viene da chiedersi: se il sistema della giustizia, di perseguire davvero i crimini, funziona, com’è possibile tutto questo?
Qui entra in scena il referendum.
Uno dei punti più discussi riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e i provvedimenti disciplinari quando questi sbagliano o fanno “politica”. Curioso: questa riforma in passato la proponeva anche la sinistra italiana. Oggi invece a sinistra vota contro.
Come mai?
Per capirlo bisogna tornare indietro di mezzo secolo e quando una convinzione è diventata cultura diffusa.
Negli anni Settanta l’Italia viveva una stagione di cambiamenti: l’epoca delle proteste studentesche e della crisi economica, dei raduni di massa e dei tentativi di colpi di Stato. Negli anni '70 il PCI era il partito comunista più forte d'Europa, ma era un partito "bloccato". La sua dirigenza (filosovietica e attendista) vedeva con sospetto l'onda del '68 e quella del '77, quei giovani che protestavano nelle università e nelle fabbriche per una società più equa. Era l’Italia delle stragi di Stato, della mafia che si infiltrava negli appalti ma anche della crescita economica e dei cambiamenti di costume. E lo Stato come gestì la situazione e la richiesta di libertà e spazi? Con le leggi speciali, come la cosiddetta Legge Reale, dal nome del ministro dell’Interno dell’epoca, il repubblicano Oronzo Reale, che ampliava i poteri delle forze di polizia, introducendo strumenti discrezionali nel controllo dell’ordine pubblico e nelle possibilità di arresti. Un’operazione di massa che cambiò la società. L'obiettivo, neanche troppo nascosto (più volte lo spiegò l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che chiese per questo la chiusura di quell’epoca di abusi) fu colpire i giovani che semplicemente non si riconoscevano in nessuna organizzazione o partito ma protestavano.
La legge aumentò i casi in cui le forze dell'ordine potevano usare le armi o procedere a fermi, facilitando gli arresti per motivi cautelari, con l’effetto di radicalizzare gli scontri sociali, criminalizzare il dissenso e spingere nell’estremismo un’intera generazione (sarebbe interessante scrivere la storia delle infiltrazioni dei Servizi Segreti italiani nei movimenti giovanili).
La classe dirigente democristiana (al governo) e i settori più conservatori dello Stato trovarono un alleato in questa paura del PCI di essere scavalcato da movimenti in grado di intercettare gli interessi emergenti. Non tutta la magistratura, ma una parte di essa, più politica, accettò di utilizzare quelle leggi non solo per colpire i terroristi come le Brigate Rosse, ma per decapitare un’intera società emergente. Grazie alle nuove norme un ragazzo che partecipava a una manifestazione poteva facilmente finire in galera con accuse pesantissime (resistenza, violenza a pubblico ufficiale) e per anni. Questo li estrometteva dalla scena politica e li marchiava a vita. La generazione post ‘68 e ‘77 venne distrutta. Migliaia di giovani passarono dal carcere, dall'esilio o furono spinti ai margini anche per atti che non avevano mai commesso. Il PCI e la sua cultura ebbero campo libero così come i gruppi terroristici quali le Brigate Rosse. E non a caso uno dei suoi fondatori, Alberto Franceschini, ha più volte sostenuto che le BR fossero infiltrate da Servizi segreti. Questa eredità ha innervato la sinistra fino ad oggi: la fede nello Stato come ente superiore all’individuo, il culto della magistratura quale strumento di moralizzazione pubblica, egemonizzare le scelte collettive con la cultura.
In quegli anni prese forza l’idea di magistratura come grande moralizzatrice che non solo applica le leggi ma ripulisce la società: è l’ultima difesa della democrazia.
Siamo nel campo della famosa egemonia culturale di cui parlava Antonio Gramsci: chi controlla le idee controlla il modo in cui la gente pensa.
L’università e la scuola che formano generazioni di insegnanti e intellettuali; l’editoria e la cultura, che decidono quali libri, autori, film, musica e idee entrano nel dibattito pubblico; i media e il giornalismo, che stabiliscono il linguaggio con cui la politica e la società vengono raccontate. Questo processo non avviene tramite imposizioni autoritarie ma per selezione. Gli ambienti intellettuali, che la sinistra ha coltivato per decenni, tendono a premiare chi condivide un certo linguaggio, una certa visione del mondo e sensibilità politica. Non è prevista eresia o discussione. Queste idee diventano egemoniche anche nella cultura giuridica. Le facoltà di giurisprudenza e gli ambienti accademici formano giuristi e magistrati che si muovono dentro una tradizione culturale simile a quella dominante nel mondo universitario, creando una visione dello Stato egemonica e della politica come contesto quasi sempre marcio da moralizzare.
Chi controlla le istituzioni culturali non decide solo cosa le persone pensano: decide soprattutto “come” le persone pensano. E così oggi il referendum sulla giustizia non diventa una discussione su come evitare errori, abusi, esercizio del potere e come limitarne gli eccessi. Come migliorare delle norme ma una guerra di religione. Chi prova a cambiare qualcosa viene accusato di voler limitare i magistrati. Chi difende lo status quo si presenta come il guardiano della legalità.
Intanto circa 1000 innocenti all’anno finiscono in galera, e i veri servitori dello Stato, e ci sono davvero, come tanti magistrati autonomi, indipendenti e per bene restano soli.
La verità è semplice e scomoda: la giustizia non dovrebbe avere tifosi. Dovrebbe avere regole che proteggano i cittadini e abbiano giudici terzi.
Ma in Italia preferiamo lo stadio. Anche quando si parla di libertà.
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