07 Febbraio 2026
La sociologia messa a tacere: quello che non ci è più permesso dire
A un certo punto me ne sono accorta chiaramente: quando una disciplina smette di descrivere la realtà e comincia a dirti come dovresti pensarla, non è più una scienza. È potere. E spesso è un potere che nemmeno ne è consapevole.
I saggi anziani da ascoltare? Obsoleti.
La sociologia non nasce per “liberare”, come oggi viene spesso raccontato. Nasce per capire come una società sta in piedi, come riesce a durare nel tempo, quali sono i suoi equilibri e le sue fragilità. I suoi padri fondatori – Comte, Durkheim, Weber, Pareto – non erano animati da pulsioni emancipatorie nel senso moderno, ma da una domanda radicale e scomoda: come è possibile la società? E soprattutto: come si mantiene nel tempo?
Questa sociologia non è stata sconfitta sul piano scientifico. È stata rimossa. Non finanziabile. Espulsa silenziosamente dal dibattito legittimo.
E peggio ancora: benché nessuno metta a tacere con la forza, nessuno ne parla. Nessuno ha voce. E chi ce l’ha, come me, viene liquidato come antiquato, obsoleto, ostracizzato. Di questo ringrazio il Giornale d’Italia per il suo coraggio.
Il punto centrale, spesso taciuto, è il finanziamento.
La ricerca sociologica contemporanea non vive di autonomia intellettuale, ma di bandi pubblici, fondi europei, grant ministeriali, progetti sponsorizzati da fondazioni private e organismi sovranazionali. Questi fondi non sono neutrali: rispondono a priorità politiche ben precise.
Famiglia come istituzione naturale?
Gerarchia sociale?
Limiti biologici e culturali?
Tradizione come struttura portante del legame sociale?
Questi temi non ricevono finanziamenti. Non perché siano scientificamente infondati, ma perché sono politicamente indesiderabili.
I fondi premiano sempre gli stessi filoni di ricerca: identità fluide, decostruzione dei ruoli, mobilità illimitata, nuovi modelli familiari, governance del cambiamento sociale.
Chi si muove fuori da questo perimetro non ottiene risorse, non pubblica sulle riviste indicizzate, non fa carriera accademica. La censura non è poliziesca: è economica. Ed è la più efficace.
La sociologia classica descriveva. Quella attuale prescrive.
La prima osservava la società come un organismo complesso fatto di ruoli, funzioni, autorità, limiti e vincoli. La seconda indica come la società dovrebbe essere. È il passaggio decisivo: dalla SCIENZA all’IDEOLOGIA.
Questo slittamento si consolida nel secondo dopoguerra, con l’università di massa e l’ingresso diretto della politica nei dipartimenti. La sociologia diventa strumento di ingegneria sociale, chiamata non a capire il mondo, ma a legittimare trasformazioni già decise altrove. Non più osservatrice critica, ma alleata del potere.
A questo punto la domanda è inevitabile: perché la politica, anche quella più tradizionalista, non si oppone?
Politica ed ego vanno a braccetto, crescono insieme. Molti politici non entrano in politica senza valori. Li perdono strada facendo. Dimenticano per cosa sono stati votati. Si convincono che non ci sia alternativa, che piegarsi sia realismo strategico, che obbedire sia responsabilità verso la nazione.
E così si adeguano, mai contraddetti da chi li circonda. Del resto, chi rinuncerebbe al piatto da cui mangeranno almeno tre generazioni? Il volere del più forte diventa l’unica bussola. E senza una voce saggia che metta in discussione l’ego, il potere non si corregge: si autoassolve.
C’è un dettaglio che oggi si finge di non vedere, ma che cambia tutto.
Un tempo la famiglia conservava. Si mettevano da parte i soldi, si rinunciava a qualcosa, si costruiva lentamente. Perché c’erano i figli. Perché esisteva un futuro da preparare, una continuità da garantire, un cognome da onorare.
Oggi invece si consuma. Si spende, si brucia, si vive nel presente. Non per immoralità, ma per assenza di prospettiva e di impegni da rispettare. Quando i figli non ci sono, o quando vengono percepiti come un rischio anziché come una promessa, viene meno il motore stesso della responsabilità.
La denatalità di cui tanto si parla non è solo un problema demografico. Quando avrà mortalmente compromesso la civiltà occidentale, non nascerà un nuovo equilibrio democratico. Ci sarà una concentrazione estrema del potere. Pochissimi decideranno per moltissimi.
E allora sì: addio democrazia. Non per un colpo di Stato, ma per esaurimento di voti umani.
E mentre tutto questo accade, lasciamo che anche l’intelligenza artificiale ci guidi, ci modelli, ci condizioni. Diventa la nuova religione, neutra solo in apparenza.
E allora viene da chiederselo, amaramente: quanto abbiamo rinunciato, consapevolmente, al pensiero umano? Mi viene da pensare che forse le società antiche, tipo la « famigghia » siano meglio di quello che abbiamo oggi . Ma di questa mia convinzione ne parleremo un’altra volta.
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