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La riduzione del sorriso come segno di una società che ha imparato a vivere in un’epoca di conflitti latenti e crisi multiple

Il sorriso non è solo un gesto individuale ma un indicatore sociale: una statistica invisibile di un impoverimento che non compare nei dati macroeconomici, ma che incide profondamente sullo stato di salute di una società

03 Febbraio 2026

La riduzione del sorriso come segno di una società che ha imparato a vivere in un’epoca di conflitti latenti e crisi multiple

Negli spazi pubblici contemporanei: uffici, mezzi di trasporto, luoghi di lavoro e di consumo, il sorriso è diventato un gesto raro. Non è scomparso, si è ritirato, come fanno i gesti rischiosi quando l’aria si fa densa di minaccia.

L’attuale fase storica è caratterizzata da un livello elevato di incertezza strutturale: instabilità economica, precarietà lavorativa, crisi geopolitiche, accelerazione tecnologica. Anche in assenza di eventi traumatici diretti, queste dinamiche producono un clima di vigilanza costante.

Già Charles Darwin, ne L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, descriveva il sorriso non come un semplice riflesso emotivo, ma come un segnale evolutivo legato alla riduzione dell’aggressività e al rafforzamento del legame sociale.


L’adattamento ha un costo

La tensione permanente è diventata lo sfondo normalizzato dell’esperienza quotidiana. Anche se mediati dalla distanza geografica, i conflitti geopolitici vengono interiorizzate attraverso un flusso continuo di informazioni che riduce la distanza tra evento e percezione.

La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto armato nel cuore del continente europeo; la crisi israelo-palestinese continua a produrre instabilità regionale con effetti globali; le tensioni nel Mar Cinese Meridionale e attorno a Taiwan alimentano l’idea di uno scontro sistemico tra potenze; mentre numerosi conflitti a bassa visibilità in Africa e Medio Oriente restano una costante del panorama internazionale.

Gli effetti di questi eventi non sono circoscritti, ma estesi: rafforzano confini simbolici, accentuano la logica del “noi” e “loro” anche nelle micro-interazioni quotidiane, aumentano la diffidenza sistemica.

Dal punto di vista neuro-evolutivo, come mostrano gli studi sullo stress cronico e sulla risposta di allerta, il sistema nervoso umano fatica a distinguere tra pericolo immediato e minaccia persistente mediata dall’informazione. Il risultato è uno stato di allerta prolungato che modifica i comportamenti: aumenta la prudenza, riduce la fiducia, irrigidisce l’espressione.

In ambienti caratterizzati da incertezza strutturale, gli individui tendono a ridurre i segnali di apertura verso chi non appartiene al proprio gruppo di fiducia. È una dinamica ben documentata dalla biologia evoluzionistica: quando le risorse sono percepite come scarse e l’ambiente come instabile, la cooperazione diventa selettiva.

La riduzione del sorriso diventa così il segno di una società che ha imparato a vivere in equilibrio instabile, scambiando la prudenza per sicurezza.

Ma una società che trattiene i propri gesti di apertura paga un prezzo silenzioso. Individui prudenti e diffidenti che vivono in uno stato di allerta permanente, sono più governabili attraverso la paura che attraverso il consenso.

Il sorriso come indicatore sociale

Proprio per questo, in un’epoca di conflitti latenti e crisi multiple, nello spazio pubblico contemporaneo il sorriso appare meno frequente: non perché sia scomparsa la capacità di provare fiducia, ma perché le condizioni che la rendono evolutivamente vantaggiosa sono diventate più rare.

I segnali di fiducia emergono e si stabilizzano solo in ambienti percepiti come sufficientemente sicuri.

Il sorriso dice che l’altro non è un pericolo, che l’incontro è possibile. Quando l’orizzonte collettivo è occupato dall’idea di instabilità permanente, questo segnale diventa costoso. Si conserva, si risparmia, si protegge. Resta confinato nei luoghi dove il rischio è minimo e il legame già garantito.

La riduzione del sorriso è una risposta razionale a un ambiente percepito come instabile, competitivo, conflittuale. In questo senso il sorriso non è solo un gesto individuale ma un indicatore sociale: una statistica invisibile di un impoverimento che non compare nei dati macroeconomici, ma che incide profondamente sullo stato di salute di una società.

Quando compare, il sorriso autentico, gratuito, non strumentale, produce un effetto immediato: riduce la distanza, sospende la tensione, riattiva la cooperazione, umanizza lo spazio. In un contesto sociale segnato dalla diffidenza e dall’iper-razionalizzazione dei comportamenti, sorridere diventa, anche involontariamente, un atto controcorrente.

Forse il punto critico non è che sorridiamo meno, ma che ci stiamo adattando a un mondo in cui vengono premiate rigidità e vigilanza, a discapito di cooperazione e fiducia, che da gesti ordinari, stanno diventando eccezioni.

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