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Emanuele Filiberto di Savoia confessa «L'esilio fu violato più volte. In Italia io e papà andavamo a cena, i carabinieri ci salutavano, c'erano anche politici»

Dopo il racconto dell’ex campione azzurro Gustav Thöni, il principe sabaudo conferma di aver violato più volte la legge costituzionale di esilio: viaggi, pranzi e persino un sorvolo su Torino. «Quella norma era ingiusta»

05 Febbraio 2026

Vittorio Emanuele di Savoia con Marina e Emanuele Filiberto

Vittorio Emanuele di Savoia con Marina e Emanuele Filiberto

Emanuele Filiberto di Savoia confessa «L'esilio fu violato più volte. In Italia io e papà andavamo a cena, i carabinieri ci salutavano, c'erano anche politici»

«Siamo entrati in Italia molte volte. Andavamo a mangiare fuori. I carabinieri facevano il saluto». Emanuele Filiberto di Savoia, figlio del defunto Principe di Napoli Vittorio Emanuele e della campionessa di sci acquatico Marina Doria, confessa, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera, di aver violato più volte la legge costituzionale di esilio: viaggi, pranzi e persino un sorvolo su Torino. «Quella norma era ingiusta». Non che fosse un segreto, intendiamoci. I frequentatori più assidui della Costa Smeralda hanno sempre mormorato di aver visto i due rampolli Savoia nelle boutique e nei ristoranti più in di Porto Cervo. Del resto la loro villa di Cavallo, in territorio francese, dista pochi minuti di navigazione della Costa Smeralda. Adesso che sono passati più di venti anni dalla abolizione della XIII norma costituzionale, che vietava l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale degli ex re di Casa Savoia e dei loro discendenti maschi, Emanuele Filiberto racconta senza vergogna di aver violato più volte l’esilio. La «confessione» arriva dopo l'aneddoto raccontato da Gustav Thoni nel suo libro "Una scia nel bianco" in cui narra di una visita ricevuta nel 1974 da Vittorio Emanuele di Savoia e Marina Doria nel suo albergo di Trafoi, ai piedi dello Stelvio. Piccolo dettaglio non trascurabile: Trafoi è in Italia, e all'epoca ai discendenti di Re Umberto II di Savoia era vietato entrare e soggiornare nel Paese. Una norma che non è mai stata valida per il ramo Savoia-Aosta, in quanto non discendenti dell'ultimo re. «Se Gustav lo racconta, è vero», dice Emanuele Filiberto. «Mio padre amava lo sport. Non potendo entrare ufficialmente in Italia, il desiderio di incontrare un campione era ancora più forte». Non si sarebbe trattato di un episodio isolato. «Altro che una volta sola», afferma. «lo stesso sono entrato più volte con mio padre: in Valle d'Aosta, a Torino, in Sardegna. Viaggi brevi, pranzi, ristoranti». «I carabinieri facevano il saluto». Alla domanda sui controlli, Emanuele Filiberto, senza far trasparire nessun imbarazzo, ammette «I carabinieri salutavano. Proprio il saluto militare». Scene quotidiane, racconta il principe, tra tavolate, piatti tipici e incontri informali. «Ricordo cene come la bagna cauda. A volte c'erano anche politici, ma preferisco non fare nomi». Il racconto si spinge oltre. Vittorio Emanuele, pilota, avrebbe sorvolato l'Italia insieme al padre Umberto II, partendo da Ginevra: «Passarono sopra Torino e Racconigi a bassa quota. Non potevano atterrare, ma vedere quei luoghi fu molto emozionante per mio nonno». Secondo Emanuele Filiberto, prima ancora delle violazioni, ci sarebbe stata un'ingiustizia di fondo. « i nostri diritti erano già stati calpestati. La Corte europea lo ha riconosciuto». Da qui, la convinzione che quegli "strappi" fossero legittimi. Dal punto di vista giuridico, però, la questione è diversa. Il costituzionalista Mario Bertolissi ricorda che la norma era chiara: «Se intercettati, avrebbero dovuto essere accompagnati alla frontiera». Ma ammette che, nella pratica, quella disposizione era già da tempo tollerata e svuotata di efficacia. La legge fu abolita solo nel 2002 e i Savoia poterono ritornare, per la prima volta in via ufficiale, nella città che li aveva sempre amati, Napoli, che nel referendum del 2 giugno 1946 votò per l’80% in favore della monarchia. Di Andrea Cianferoni

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