04 Marzo 2026
"Sapevamo che ci sarebbe stata un'azione israeliana. Sapevamo che ciò avrebbe innescato un attacco contro le forze americane. E sapevamo che se non li avessimo inseguiti preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, noi avremmo subìto perdite più elevate e forse anche più morti". È stata questa l'ammissione fatta dal Segretario di Stato Marco Rubio interrogato dai giornalisti sulle indiscrezioni secondo cui gli Stati Uniti siano stati trascinati in una guerra contro l'Iran per volere israeliano.
E la risposta (affermativa) è infine arrivata, seppur con linguaggio politichese e altamente tecnico: gli Stati Uniti sono entrati in azione perché Israele era già pronta a colpire. Una guerra su cui, come anticipato dal Giornale d'Italia, Tel Aviv batteva ormai da settimane se non mesi, con la scusante del pericolo nucleare e della "sicurezza" di confini e interessi nazionali. Stessa retorica peraltro ripetuta dallo stesso Donald Trump in quel "messaggio di guerra" dello scorso sabato 28 Febbraio. Se prima però l'interventismo americano voluto dalle mire di potere di Benjamin Netanyahu sulla regione era solo un sospetto non confermato, ora - con le ultime dichiarazioni di Marco Rubio - si fa certezza.
Washington insomma avrebbe colpito "preventivamente" Teheran perché Tel Aviv stava per farlo. E all'azione israeliana sarebbe corrisposta una reazione iraniana contro gli stretti alleati israeliani, gli Stati Uniti appunto, che avrebbe potuto provocare "perdite molto più elevate". "Prevenzione" dunque, sebbene Rubio ad un certo punto aggiunga altro: "Questa operazione doveva avvenire perché l'Iran, nel giro di un anno o un anno e mezzo, avrebbe oltrepassato la soglia dell'immunità, il che significa che avrebbe avuto così tanti missili a corto raggio e così tanti droni che nessuno avrebbe potuto fare più nulla". Ancora una volta: "prevenzione", ma anche l'ennesima conferma che - come già comunicato dai senatori dem Warren e Markey - l'Iran non costituisse alcuna "minaccia imminente".
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