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Covid chiusure, ristoratori italiani in Spagna: "Qui ci hanno lasciato lavorare"

I ristoratori italiani a Barcellona non sono contenti dei sostegni ricevuti ma per lo meno non sono stati vittime di una serrata dura e prolungata nel tempo

Di Diego Serino

17 Aprile 2021

La Rambla Barcellona

La Rambla(Facebook)

99 morti nelle ultime 24h ed un trend di contagi in calo: numeri che rendono Spagna e Portogallo tra quelli messi meglio, in Europa, nella battaglia contro il coronavirus.

Italia e Spagna: i numeri del covid ha confronto

Certo che nell’intero anno pandemico anche la penisola iberica ha pagato tanto in termini di lutti e contagiati. Riferendoci allo sola Spagna sono stati 3 milioni e mezzo i contagiati, quasi 77mila i decessi. Numeri importanti ma che restano inferiori a quelli registrati nel nostro Paese. Il numero dei decessi totali, segnalati in Italia, ha superato quota 110mila da un po’, in Spagna sono ancora indietro: anche se, per onestà intellettuale, è bene dire che gli italiani sono circa 15milioni in più. Non sono, tuttavia, le cifre generali della pandemia ma quelle registrate nell’ultimo periodo ad essere particolarmente interessanti. In Spagna, i decessi quotidiani sono sotto quota 100, da noi si parla ancora di parecchie centinaia. Anche per quanto concerne i contagi in Italia ci sono almeno 7.000 contagi in più al giorno rispetto alla Spagna.

Bar e ristoranti aperti

Eppure a Madrid, come a Barcellona, bar e ristoranti sono aperti, certo con regole definite e più “strette” rispetto al normale, differenti da regione in regione, e sono stati liberi di lavorare: ci si può sedere al bar come al ristorante. Ovviamente rispettando protocolli ben precisi, con capienze dei locali scese al 30%, ed orari ridotti.

Sono tanti gli italiani che in questi anni si sono trasferiti in Spagna, molti proprio ad intraprendere attività commerciali legate alla ristorazione. Come tutta la categoria anche per loro non è stato, e non è ancora semplice. Interpellati, all’unanimità sono tutti d’accordo: “E’ andata meglio a noi che ai nostri amici in Italia. Da voi nessuna certezza”. Ed i numeri che arrivano dalla Spagna non danno ragione alle politiche rigoriste applicate nel nostro Paese, deleterie per commercianti e ristoratori.

Alfredo Rodolfi, Bacaro Barcellona: “Qui regole più certe e maggiore organizzazione”

Alfredo Rodolfi è a Barcellona da ben oltre un decennio. Da quando ha deciso di chiudere il suo bar a Roncadelle, in provincia di Brescia, per partire per l’avventura iberica. E le cose gli sono andate bene. Si è fatto le ossa in un noto bar sulle spiagge di Barceloneta, promuovendo l’aperitivo all’italiana, ed ora, da anni, gestisce il ristorante bar Bacaro, locale di successo e punto di riferimento anche della gente locale, sito in Carrer de Jerusalem, a pochi passi dalla Boqueria, vincitore anche della trasmissione “Quattro ristoranti” di Alessandro Borghese. Un anno e mezzo di covid non è stato facile per lui ed il suo socio Maurizio, ma per fortuna dice Rodolfi “a differenza dell’Italia, per lo meno qui ci hanno fatto lavorare”. “Siamo stati chiusi per poco ed il quel periodo potevamo fare un po’ di asporto: non ne abbiamo fatto molto perché la nostra cucina è meglio consumata sul posto. Le consegne le facevo direttamente io e mi fermavo un po’ con i clienti: un modo per farli sentire comunque al Bacaro anche se non era così”.

In Italia Alfredo ha molti amici che lavorano nel suo medesimo campo. “Li ho sentiti: un disastro. Un giorno ti fanno aprire e fare gli ordini e quello dopo chiudono: nessuna certezza per le attività commerciali sulle quali è stato lasciato tutto il peso economico della pandemia. Anche qui non è stato facile ma per lo meno ci hanno dato regole certe: sapevamo come, per quanto e fino a quando potevamo aprire. Ci è stato concesso, per lo meno, di programmare”.

Per Rodolfi, imprenditore esperto, il periodo del covid è stata anche un’occasione per creare nuovi rapporti e fare conoscere il marchio “Bacaro”: “In questi mesi abbiamo creato partnership con diverse realtà, installato relazioni sociali e professionali che ci verranno utili. Inoltre, nonostante le restrizioni, siamo riusciti a lavorare comunque”.

Non tutto oro, tuttavia, è quello che luccica: se sulle chiusure la politica della Catalunya è stata meno restrittiva della nostra, sebbene più stringente di altre regioni della Spagna, sugli aiuti economici alle imprese anche qui sono stati insufficienti ed a singhiozzo come da noi. “Di sostegni economici non ci è stato dato molto, per fortuna però abbiamo lavorato comunque”. Anche sui vaccini le cose non è che vadano benissimo. “Siamo molto più indietro di voi”.

Claudio Facchini, “Sant Got” Barcellona: “Pochissimi aiuti ma ci hanno concesso di organizzarci”

Claudio Facchini è un altro italiano, ormai, espatriato da anni in Spagna: per parecchio tempo ha occupato ruoli dirigenziali per importanti marchi internazionali, poi ha deciso di dedicarsi all’attività imprenditoriale nel settore dei bar. “E’ dura, per fortuna, salvo poche settimane, ci hanno fatto lavorare: certo al 30% dentro ed al 50% sull’esterno, con orari ridotti modulati di volta in volta. Le cose, tuttavia, hanno funzionato abbastanza, dopo avere aperto non ci hanno più chiusi e gli orari sono andati via via ampliandosi. Inoltre, da noi ci si poteva sedere, a differenza che in Italia, e questo cambia notevolmente le cose”.

Sugli aiuti dati dal Governo spagnolo, il commento è lapidario. “Ci hanno dato poco o niente rispetto a quello che non abbiamo guadagnato. Questo è un bar ed abbiamo perso tutta la fascia notturna. Tra poco però si riparte, spero” prosegue nel suo discorso il titolare del Sant Got, locale in Carrer de Vila i Vilà, nel Poble Sec, ai piedi del Montjuic. Per un certo periodo l’imprenditore italiano ha gestito un locale anche a Lanzarote: lì sono rimasti molti amici. “Li ho sentiti per loro le cose vanno veramente male. Il settore turistico per loro è tutto. Più della metà stanno chiudendo i battenti”.

Colosio, commercialista Vcg consultors Barcellona: “Rispetto all’Italia si è chiuso meno”

Carlo Colosio non è un ristoratore e neanche un barista. A Barcellona fa il commercialista da 14 anni, socio di uno studio associato che si occupa di contabilità e consulenza fiscale per aziende, la Vcg consultors. Tra i loro clienti anche numerosi baristi e ristoratori.

“Rispetto all’Italia la differenza l’ha fatta il metodo con cui sono state organizzate aperture e chiusure. In Spagna non ci sono state chiusure totali prolungate eccessivamente nel tempo e, soprattutto, non si è mai tornati indietro. In alcune Regioni della Spagna, che in materia possono legiferare anche autonomamente, hanno scelto politiche ancora più libertarie: penso a Madrid dove la gente può andare fuori a mangiare e sedersi al ristorante fino alle 11” spiega il professionista italiano. “I numeri sembrano dare ragione a loro, i contagi sono leggermente più alti rispetto alle media del Paese, ma è anche questione di densità della popolazione. Quindi, forse, l’eccessivo rigore non serve a molto”. Sottolinea Colosio, ricordando, tuttavia, che a Madrid, tra poco si vota, ed i numeri riportati dalla Regione, per molti rappresentanti politici, non solo della parte opposta, potrebbero essere non proprio corretti.

Sui pochi aiuti è d’accordo anche lui. “E’ stato dato qualcosa, ma poco, “cerotti” dove c’era bisogno di ben altro. Si è puntato sui prestiti e sull’allungamento dei tempi per restituirli, qualcosa di simile è stato fatto con gli affitti: ma sono spese demandate non eliminate. Oltre a qualche aiuto a spot quello più importante è quello annunciato in questi giorni, a favore delle imprese e delle partite iva che hanno avuto dipendenti in cassa integrazione: al titolare, per ogni lavoratore in questa situazione, verranno dati 2.000 euro a fondo perduto”.

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