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Iran-Usa, diplomazia sul filo mentre cresce pressione militare, Trump invia 2° portaerei e valuta sequestro navi con petrolio Teheran - RETROSCENA

Tra negoziati incerti e pressioni militari, Usa e Iran restano lontani: Trump apre al dialogo, Netanyahu spinge per l’attacco e il timore Hormuz frena misure sul petrolio

12 Febbraio 2026

Iran, ultimatum di Trump a Khamenei: “Sedetevi al tavolo e negoziate, no armi nucleari, non fate accadere nuovo attacco, sarà molto peggiore”

Trump-Khamenei Fonte: X @SumitHansd

Con l'incontro di ieri sera fra il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la questione della deterrenza e di un possibile prossimo attacco all'Iran è tornata al centro dell'attenzione globale. Mentre la diplomazia fra Washington e Teheran si muove su un filo, la pressione militare in Medio Oriente cresce, con le basi militari Usa di Qatar e Giordania sature e con la seconda portaerei americana pronta a raggiungere il Mar Arabico.

Oltre a ciò, il tycoon starebbe valutando un altro modo per tentare di mettere in ginocchio l'Iran: sequestrare le navi che trasportano il petrolio iraniano. Una decisione non ancora presa, però, in quanto Trump, secondo fonti del deepstate, avrebbe molta paura delle conseguenze, in primis la chiusura, da parte di Teheran, dello Stretto di Hormuz, che porterebbe a una crisi energetica in tutto l'Occidente e a un rialzo del prezzo del petrolio, che salirebbe fino a 200 dollari al barile.

Iran-Usa, diplomazia sul filo mentre cresce pressione militare, Trump invia 2° portaerei e valuta sequestro navi con petrolio Teheran - RETROSCENA

La diplomazia tra Stati Uniti e Iran procede su un terreno sempre più fragile, mentre sullo sfondo si intensifica uno schieramento militare senza precedenti degli ultimi mesi. L’amministrazione Trump ha discusso l’ipotesi di sequestrare petroliere coinvolte nel trasporto di petrolio iraniano per aumentare la pressione su Teheran, ma la misura non è stata adottata. Il timore, condiviso da Casa Bianca e Pentagono, è una reazione immediata dell’Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz e soprattutto un’impennata dei prezzi energetici globali, già sensibili alle tensioni nel Golfo.

Fonti iraniane hanno più volte avvertito che un’eventuale chiusura dello stretto di Hormuz — da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale — potrebbe far salire il prezzo del greggio da 70 fino a 200 dollari al barile. Un rischio che spiega perché Washington, pur valutando strumenti coercitivi, abbia scelto per ora di non colpire direttamente le rotte petrolifere.

Nel frattempo, però, il messaggio di deterrenza militare è chiaro. Nelle ultime settimane è proseguito un intenso ponte aereo della US Air Force tra Stati Uniti, EUCOM e CENTCOM: secondo l’analista militare noto come “Armchair Admiral”, dal 14 gennaio si contano almeno 140 voli verso Medio Oriente e Diego Garcia, inclusi 6 C-5M Galaxy e 28 C-17A solo nelle ultime 24 ore monitorate. Gran parte dei movimenti riguarda sistemi di difesa aerea Patriot e THAAD, segnale che Washington ritiene possibile un’escalation.

Il Pentagono ha inoltre ordinato a un secondo gruppo d’attacco di portaerei di prepararsi a un eventuale dispiegamento in Asia occidentale. La USS George H.W. Bush è indicata come la principale candidata a raggiungere la USS Abraham Lincoln, già presente nell’area. Sarebbe la prima volta da marzo 2025 che due portaerei statunitensi operano contemporaneamente nella regione, un salto di qualità nella pressione su Teheran.

Sul piano politico, la linea resta ambigua. Donald Trump, dopo l’incontro alla Casa Bianca con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, ha ribadito di preferire la strada negoziale, ma ha avvertito che “se non sarà possibile un accordo, vedremo cosa succederà”, richiamando i bombardamenti statunitensi del giugno scorso contro siti nucleari iraniani. Netanyahu, secondo fonti israeliane e commentatori dell’intelligence, continua a spingere per un’opzione militare, convinto che l’Iran stia guadagnando tempo e che un’intesa limitata non sia sufficiente a fermarne le capacità strategiche.

Il nodo centrale del negoziato resta ciò che è — e non è — negoziabile. L’Iran, per bocca del ministro degli Esteri Abbas Araghchi e di Ali Shamkhani del Consiglio di Difesa, ha dichiarato di essere pronto a offrire garanziefattibili e verificabili” sul fatto che non perseguirà armi nucleari. In cambio chiede il riconoscimento del diritto alla tecnologia nucleare civile per la produzione di elettricità. Al contrario, le capacità missilistiche sono definite da Teheran “non negoziabili”: secondo l’Iran, rinunciarvi equivarrebbe a spianare la strada a un cambio di regime.

Trump ha invece ampliato le richieste statunitensi, affermando che un buon accordo dovrebbe significare “niente armi nucleari e niente missili”, una posizione che va oltre il perimetro dell’accordo del 2015, da lui stesso abbandonato nel 2018. Israele guarda con sospetto a qualsiasi intesa che non includa limiti stringenti ai missili balistici e al sostegno iraniano a Hamas e Hezbollah.

In questo equilibrio instabile, la diplomazia resta aperta ma appesa a un filo: tra portaerei pronte a salpare, missili su camion a difesa delle basi Usa e il fantasma di Hormuz, il costo di un fallimento negoziale appare potenzialmente globale.

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