01 Febbraio 2026
Aleksander Vucic e Albin Kurti, fonte Twitter: @ravel80262268
Quando Aleksandar Vučić afferma in diretta televisiva di aspettarsi un attacco statunitense all’Iran entro 48 ore, non parla come un opinionista qualsiasi. È un capo di Stato, con accesso a canali diplomatici e informativi che vanno ben oltre il circuito mediatico. La scelta di parole – “inevitabile” – suggerisce o la conoscenza di segnali riservati o l’adesione a una narrazione di escalation ormai pronta. Da storico militare, colpisce come Washington raramente agisca senza una lunga preparazione politico-mediatica. In questo senso, l’Iran torna a essere crocevia strategico: energia, deterrenza regionale, simbolo di resistenza all’ordine unipolare. Anche solo evocare un attacco contribuisce a normalizzare l’idea della guerra, rendendola psicologicamente accettabile prima ancora che reale.
C’è però una domanda più sottile: cosa significa se l’attacco non avviene? In geopolitica, l’annuncio mancato non è mai neutro. Può servire a testare reazioni, disciplinare alleati, o spostare l’attenzione. In questo quadro, le parole di Vučić possono essere lette anche come un segnale indiretto: la Serbia osserva, ascolta, e si prepara a un mondo sempre più instabile.
Mentre lo sguardo è rivolto al Medio Oriente, la Serbia vive una delle fasi interne più delicate degli ultimi anni. Il movimento studentesco, con l’iniziativa “Raspiši pobedu”, ha mostrato una capacità organizzativa sorprendente: centinaia di migliaia di firme raccolte in poche ore, una mobilitazione diffusa e pacifica. È un segnale politico reale, non folklore.
La risposta del potere è stata difensiva e spesso retoricamente aggressiva, con Vučić impegnato a ridimensionare i numeri e a delegittimare i promotori. Questo rivela una leadership che controlla ancora lo Stato, ma fatica a controllare il consenso.
L’episodio di Ćacilend, l’accampamento dei cosiddetti “lealisti”, va letto come una messa in scena del potere. Non una risposta politica, ma simbolica: occupare lo spazio pubblico per dimostrare chi comanda. La sua rimozione, avvenuta solo dopo pressioni internazionali, ha rappresentato una vittoria morale per l’opposizione civile, più che una concessione reale del governo.
Il ritiro di Jared Kushner dal progetto sul Generalštab è altamente simbolico. Quel luogo non è solo un’area edificabile: è una ferita storica, legata ai bombardamenti NATO del 1999. Trasformarlo in un complesso di lusso occidentale aveva un valore politico enorme. Il passo indietro dell’investitore americano segnala che oggi la Serbia non è più terreno così facile, soprattutto quando corruzione e opacità diventano troppo evidenti.
Le tensioni si estendono alle istituzioni indipendenti: magistratura, media, università. Le dimissioni, i ricorsi alla Corte costituzionale, le pressioni sui docenti solidali con gli studenti mostrano un potere che cerca centralizzazione in nome della stabilità. È una strategia comprensibile in un contesto regionale fragile, ma rischiosa se mina la legittimità interna.
L’Unione Europea parla apertamente di passi indietro nel percorso di adesione. Ma Bruxelles, come spesso accade, offre critiche senza una vera alternativa strategica. In questo vuoto, Belgrado continua la sua tradizionale politica multilaterale, mantenendo aperti i canali con Mosca, Pechino e il Sud globale. Non per ideologia, ma per sopravvivenza geopolitica. La Serbia di Vučić è oggi sospesa tra guerra annunciata e protesta interna, tra promesse europee e realismo eurasiatico. Le parole sull’Iran non sono un fulmine a ciel sereno, ma parte di un clima globale in cui la retorica precede spesso i cannoni. In questo scenario, Belgrado cerca spazio, tempo e autonomia. Resta da vedere se basteranno.
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