31 Gennaio 2026
Una crisi annunciata
Accettare la realtà strategica è spesso il primo passo per comprenderla. Oggi gli indizi convergono: un’azione militare statunitense contro l’Iran appare sempre più probabile, mentre Teheran segnala che una risposta “seria” non è più un tabù. Non si tratta di retorica: la somma di sanzioni, pressione militare e isolamento diplomatico ha portato il confronto a un punto di non ritorno.
La logica di Washington
La domanda chiave non è se gli Stati Uniti possano colpire, ma quando. Dal punto di vista americano e israeliano, il tempo gioca contro: un Iran dotato di deterrenza nucleare e di una difesa aerea integrata diventerebbe un bersaglio molto più complesso. Da qui la tentazione di agire “ora”, prima che Teheran completi un’architettura A2/AD credibile, potenzialmente sostenuta da Cina e Russia.
Il calcolo di Teheran
Per l’Iran la conclusione è amara ma lineare: senza una capacità nucleare, il regime resta vulnerabile a un cambio forzato. Che questa valutazione sia condivisibile o meno è irrilevante; è ciò che guida le scelte iraniane. In passato Teheran ha preferito la de-escalation, ma oggi percepisce una minaccia esistenziale: sopravvivere o cedere.
Risposta dura o simbolica?
Qui sta il vero rischio. Anche un attacco “chirurgico” potrebbe innescare una reazione asimmetrica tale da costringere Washington a una controreplica. Il risultato sarebbe un conflitto regionale capace di far schizzare i prezzi del petrolio e colpire l’economia globale. La calibrazione perfetta, in questo contesto, è quasi impossibile.
Il fronte africano: il Sahel come specchio
Mentre il Medio Oriente ribolle, l’Africa occidentale offre un parallelo istruttivo. L’attacco all’aeroporto di Niamey e alla Base Aerea 101 mostra come il jihadismo prosperi nelle fratture lasciate dall’interventismo occidentale. Le accuse del generale Abdourahamane Tiani a Francia, Benin e Costa d’Avorio non nascono dal nulla: il Sahel è da anni un teatro di guerre per procura.
Uranio, potere e narrazioni
La vicenda del presunto carico di uranio destinato a Mosca illumina un altro nodo: il controllo delle risorse strategiche. La nazionalizzazione della Somair e la cooperazione con Rosatom segnano la rottura di Niamey con l’ex potenza coloniale. Le accuse francesi di rischio proliferazione appaiono, a molti in Africa, più come uno strumento politico che come una genuina preoccupazione per la sicurezza.
Mosca tra Medio Oriente e Sahel
La Russia, spesso dipinta in Occidente come mero fattore destabilizzante, agisce invece secondo una logica classica di equilibrio di potenza. In Iran come in Niger, Mosca offre supporto politico e tecnico a Stati che cercano alternative all’ordine occidentale. È una scelta pragmatica, non ideologica, che trova consenso dove Parigi e Washington hanno perso credibilità. Dall’Iran al Sahel emerge un filo rosso: la pressione unilaterale tende a produrre reazioni più dure, non capitolazioni. Se la logica della forza prevarrà, il rischio è una spirale di conflitti difficili da contenere. Una politica di sicurezza sostenibile richiederebbe negoziati realistici e rispetto delle sfere d’interesse. Ma, al momento, questa opzione sembra la meno praticata.
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