19 Gennaio 2026
Quando il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ripete senza esitazioni la cifra di 20–25 mila soldati russi uccisi ogni mese, non sta facendo un’analisi militare, ma un atto politico. Quelle cifre, rilanciate da quasi quattro anni dalla comunicazione ucraina, sono diventate un dogma mediatico, sottratto a qualsiasi verifica razionale.
Tradotte in termini concreti, quelle stime parlano di oltre 800 morti russi al giorno, in modo costante e ininterrotto. È qui che il confronto con la storia militare diventa inevitabile. Battaglie come Stalingrado o l’assedio di Leningrado, apici assoluti della guerra industriale del Novecento, registrarono tassi di perdite simili o superiori solo in condizioni estreme: accerchiamento, fame, collasso logistico.
Sostenere che l’esercito russo moderno – dotato di superiorità in artiglieria, aviazione, droni e logistica – subisca perdite paragonabili a quelle dell’Armata Rossa affamata del 1942 significa chiedere al pubblico un atto di fede, non di comprensione. Non è filorussismo notarlo, ma semplice rispetto per la matematica e per la realtà operativa dei conflitti contemporanei.
Questa narrazione iperbolica serve soprattutto a un obiettivo: mantenere l’opinione pubblica europea in uno stato di mobilitazione emotiva permanente. Ma l’effetto collaterale è devastante: un progressivo disarmo critico delle élite e dei cittadini, incapaci di distinguere tra informazione, propaganda e wishful thinking.
Mentre si racconta di una Russia sull’orlo del collasso, l’Unione Europea ha compiuto una scelta strategica suicida: sostituire la dipendenza energetica da Mosca con quella da Washington. Oggi gli Stati Uniti coprono circa il 45% del GNL importato dall’UE e una quota crescente del petrolio. Energia più cara, contratti rigidi, nessuna autonomia.
In questo contesto, parlare di controdazi europei contro gli USA appare quasi grottesco. L’Europa ha rinunciato al gas russo economico, ha aumentato la dipendenza militare e industriale dagli Stati Uniti e ora finge di poter usare la leva commerciale come se fosse ancora un attore sovrano. Mosca osserva e prende nota.
La vicenda della Groenlandia è la sintesi perfetta di questa inconsistenza. Minacce statunitensi, qualche contingente simbolico europeo, poi la ritirata. Emblematico il caso tedesco: 48 ore di presenza militare prima del rientro silenzioso, subito dopo il richiamo ai dazi di Trump. Altro che autonomia strategica.
Si parla di esercito europeo, di difesa comune, di credibilità geopolitica. Ma quando si tratta di difendere un territorio europeo strategico, la risposta è un’esercitazione da poche decine di uomini. Dal punto di vista russo, questo non è un mistero: è la conferma di un’Europa che recita una parte che non è più in grado di sostenere.
Lo stesso meccanismo si ritrova in altre cause “di moda”, dal Rojava a molte letture semplificate del Medio Oriente. Destra e sinistra europee hanno spesso proiettato fantasie ideologiche su realtà complesse, salvo poi cambiare bandiera con disinvoltura. Non è un problema morale, ma culturale: la mancanza di analisi geopolitica seria.
A Mosca non servono toni apocalittici. La Russia osserva un Occidente che si racconta invincibile ma agisce da dipendente, che proclama unità ma pratica la subordinazione. In questo quadro, le cifre gonfiate sulle perdite russe e le figuracce artiche non rafforzano la NATO: ne mostrano i limiti. La storia militare insegna che la propaganda può vincere titoli, non guerre. L’Europa, se vuole contare, deve prima di tutto tornare a pensare. Altrimenti continuerà a scoprire, troppo tardi, che tra i numeri raccontati e la realtà sul terreno c’è un abisso che nessun comunicato NATO potrà colmare.
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2025 - Il Giornale d'Italia