18 Gennaio 2026
MILANO - La stilizzazione della parola Allah sembra un artiglio rosso, stampato su una bandiera che non ha alcun vento a suo favore là, davanti al Consolato della Repubblica Islamica dell’Iran. È un’immagine che mi cattura per il tempo di un respiro, prima di essere sostituita da tricolori vivi e sventolanti, con un leone al centro. È la bandiera della nazione iraniana, penso, quella che dall’altra parte del mare sta costando la vita, in maniera subdola e silenziosa, a migliaia di manifestanti.
Mi trovo alla Manifestazione per un Iran libero, che chiama a sé i tanti persiani residenti in Italia. La propulsione parte dall’Associazione Italia-Iran, un organo attivo da anni nella denuncia dei crimini commessi dalla Repubblica islamica. Con loro ci sono Mariofilippo Carpiano di Brambilla, presidente instancabile, e Mojedeh Karimi, vicepresidente e voce iraniana della protesta.
Chi è nato nella comodità democratica difficilmente può afferrare fino in fondo la rabbia che attraversa questa folla. Mi arriva questo pensiero osservando coetanei dalle emozioni quasi indecifrabili. C’è dolore, molto dolore. Le testimonianze portano spesso il pubblico alla commozione, e mi soffermo sui volti trasfigurati dal pianto che, in maniera impressionante, si trasforma poi in grida, in piedi battuti furiosamente sul pavimento.
Molti di loro sono arrivati in Italia solo pochi anni fa: studenti iraniani che hanno lasciato casa senza sapere che sarebbe passato molto tempo prima di tornare, forse troppo, per sedersi di nuovo a tavola e mangiare un ghormeh sabzi preparato dalla madre, un fesenjān denso di melograno e noci, o il riso profumato allo zafferano che accompagna ogni festa persiana. Per questo motivo hanno il volto coperto o indossano occhiali da sole. Occorre dirlo, perché per alcuni questo dettaglio è sacrificabile, mentre per me racchiude gran parte del senso della protesta. Non possono mostrare il loro volto, non possono in alcun modo essere riconosciuti. Se si ha famiglia in Iran e si partecipa a manifestazioni all’estero, il rischio è altissimo.
Questi ragazzi portano dentro una rabbia profonda, generata dall’assenza di libertà, e il volto coperto non riesce in alcun modo a nascondere l’indignazione che traspare dalle parole che gridano. Sfugge ai più, inoltre, il caratteristico orgoglio del popolo persiano: un’identità stratificata, antica, che resiste alla riduzione ideologica.
Dalla rivoluzione islamica del 1979, le generazioni occidentali sono state abituate a guardare Teheran dalle fessure di consunti tessuti neri. Per molti, quella terra è diventata l’incarnazione del Corano e si è appiattita nell’immaginario collettivo insieme ad altri Paesi che, per storia e cultura, le sono in realtà profondamente incompatibili. Eppure l’Iran non nasce teocratico. Prima della presa di potere di Khomeini era uno Stato laico, con una borghesia urbana colta, università prestigiose, donne presenti nello spazio pubblico.
Ma il sangue non dimentica. È questa la ragione per cui le proteste non smetteranno. Andranno avanti. È questa la ragione per cui non è la prima protesta e, se il regime non dovesse cadere, non sarà neppure l’ultima. Le battaglie identitarie possiedono una persistenza naturale: quando si ha a che fare con ciò di cui si è fatti, non ci si può semplicemente appiattire. Dobbiamo leggerlo come un messaggio contro natura.
Tra i manifestanti ho visto moltissime fotografie. Sono i loro connazionali in Iran, quelli che in queste ore sono nelle piazze e vengono picchiati, arrestati, fatti sparire. Tutto avviene nell’ombra, da quando il regime ha imposto il silenziamento quasi totale delle comunicazioni verso l’esterno. È questo l’aspetto che genera il dolore più profondo tra i partecipanti, lo dicono chiaramente.
La situazione viene descritta dagli attivisti come un «genocidio coperto dal buio digitale», un’espressione che fa riferimento al blocco di Internet e delle comunicazioni imposto dalle autorità per impedire la circolazione di immagini, testimonianze e numeri. Secondo ricostruzioni giornalistiche internazionali la repressione avrebbe causato migliaia di vittime, con un numero particolarmente alto di morti e feriti concentrato in pochi giorni, e una maggioranza di giovani sotto i trent’anni.
Libertas: in Occidente questo termine si è appassito, e me ne rendo conto ora. La libertà è diventata un affare borghese e intellettuale, ricostruito in certi salotti e lasciato a impolverarsi sotto il mogano dei tavoli. La nostra libertà occidentale è sempre stata un concetto interiorizzato, potrei persino azzardarmi nel dire che ha sempre avuto un’inclinazione più filosofica che compiuta.
Abbiamo fatto saltare la testa ai nostri re senza troppi scrupoli; persino l’Inghilterra, popolo meno passionale dei francesi, ha preferito barattare una testa reale pur di affermare un principio. Siamo cresciuti nello spirito con questa postura, con sicurezze talmente consolidate che saremmo poco onesti con noi stessi se associassimo la libertà unicamente alla democrazia. In Occidente la libertà è sempre stata, prima di tutto, un atteggiamento.
Altrove è diverso. La libertà orientale ha a che fare con il fuoco e con la polvere, con la rabbia e con il sangue. Se la libertà occidentale assomiglia a un quadro di Turner, fresco e quasi sacrale, quella orientale vive nelle ombre dense e vischiose di Goya, ha qualcosa di profondamente carnale.
Forse per questo ci appare esotica e al tempo stesso inevitabilmente familiare. Oriente e Occidente sono specchi l’uno dell’altro, superfici in cui entrambi possono guardare il proprio abisso. È il motivo per cui l’indifferenza ci è impossibile, se sappiamo riconoscere ciò che scuote la nostra identità. Quegli artigli rossi, ambigui e sanguinosi, fanno male anche a noi, come se il corpo colpito fosse uno solo.
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