13 Gennaio 2026
Iran (foto LaPresse)
La guerra ibrida come strumento geopolitico
La crisi iraniana va letta anzitutto come un classico caso di guerra ibrida, strumento ormai rodato dell’arsenale occidentale. Proteste reali, malcontento sociale e fratture interne vengono amplificate fino a costruire una narrazione univoca: quella di un popolo oppresso che attende la “liberazione”. In questo schema, il numero delle vittime non è una tragica conseguenza, ma una variabile funzionale. Superata una certa soglia emotiva, l’opinione pubblica internazionale viene preparata ad accettare l’idea dell’intervento esterno.
Narrazioni, vittime e manipolazione
Come già visto in Libia e Siria, le vittime vengono ascritte integralmente alla repressione governativa, ignorando o oscurando le violenze prodotte da attori armati infiltrati nel caos. Anche in Iran circolano video e testimonianze che mostrano una realtà più complessa. I resoconti di media iraniani, certo di parte, parlano di tattiche terroristiche brutali. Liquidarli come pura propaganda è comodo, ma intellettualmente disonesto, soprattutto alla luce dei precedenti mediorientali.
L’opzione Pahlavi e il paradosso occidentale
Il progetto implicito di regime-change appare ancor più fragile se si osservano le alternative proposte. La figura di Reza Pahlavi, figlio dello Scià sostenuto un tempo dall’Occidente tramite la famigerata Savak, difficilmente può incarnare un futuro democratico credibile. Il paradosso è evidente: in nome dei diritti umani si rischia di restaurare simboli di un passato autoritario, come già accaduto altrove con esiti peggiorativi.
Trump tra minacce e realismo
Il ruolo di Donald Trump resta centrale e ambiguo. Da un lato minacce esplicite, dall’altro segnali di ricalibrazione. La sua preferenza storica va a operazioni rapide, simboliche, utili a salvare la faccia senza scatenare escalation incontrollabili. Le aperture a un possibile negoziato con Teheran indicano che, almeno per ora, Washington non è pronta a puntare tutto sul collasso del regime iraniano.
Israele, neocon e rischio escalation
Diversa è la postura di Israele, principale beneficiario strategico di un indebolimento iraniano. Tel Aviv spinge per un coinvolgimento diretto americano, ma sa bene che un conflitto aperto porterebbe a una guerra regionale dagli esiti imprevedibili. L’Iran, dal canto suo, considera questa fase come una lotta esistenziale: se non intravede una via d’uscita, l’escalation diventa più probabile della resa.
Russia e Cina: osservatori non passivi
Le reazioni di Russia e Cina appaiono misurate, ma non equivalgono a indifferenza. Mosca conosce bene il costo del caos rivoluzionario eterodiretto e Pechino teme precedenti pericolosi. Entrambe sanno che un Iran destabilizzato significherebbe maggiore instabilità eurasiatica, e dunque mantengono una presenza silenziosa ma attenta.
Rivoluzione: mito occidentale e realtà storica
Qui si innesta una riflessione più ampia sull’idea stessa di rivoluzione. Nell’immaginario occidentale contemporaneo essa è diventata sinonimo di creatività e liberazione. La storia insegna l’opposto: la rivoluzione è caos, rottura violenta di apparati complessi, e quasi mai genera un ordine migliore. Nella maggior parte dei casi produce o disordine cronico o accentramento autoritario.
Quando la rivolta diventa strumento
Le rivolte possono avere un senso solo se esistono strutture capaci di trasformarle in riforme. In assenza di ciò, diventano terreno fertile per interferenze esterne. È qui che l’Occidente proietta le proprie frustrazioni interne, idealizzando rivoluzioni lontane come compensazione psicologica di un senso di impotenza domestica. L’Iran oggi è meno una polveriera rivoluzionaria e più uno specchio delle contraddizioni globali. La spinta al regime-change non nasce da un collasso interno irreversibile, ma da calcoli geopolitici. In questo contesto, la prudenza non è cinismo, ma realismo storico. Le rivoluzioni non sono favole emancipatrici: sono una roulette russa della storia, e l’Iran lo sa fin troppo bene.
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