13 Gennaio 2026
Il politologo americano John Mearsheimer ha accusato Israele di star "spingendo" gli Stati Uniti purché "intervengano militarmente contro l'Iran". Secondo l'esperto in relazioni internazionali, Tel Aviv vorrebbe ciò in modo tale da "spostare l'attenzione mondiale da Gaza e dalla Palestina".
Riemerge nel dibattito internazionale un'analisi del politologo statunitense John Mearsheimer, che ha accusato Israele di spingere gli Stati Uniti verso un conflitto con l’Iran per distogliere l’attenzione globale dalla questione palestinese. Secondo Mearsheimer, una guerra regionale più ampia creerebbe lo spazio politico necessario per portare avanti nuove operazioni di deportazione dei palestinesi da Gaza e dalla Cisgiordania occupata.
Il professore, tra i massimi esponenti del realismo nelle relazioni internazionali, ha sostenuto che nella storia israeliana esista un legame diretto tra grandi conflitti regionali e politiche di pulizia etnica. "Le due più grandi operazioni di pulizia etnica compiute da Israele sono avvenute durante grandi guerre", ha affermato, ricordando il 1948, durante la guerra d’indipendenza israeliana, e il 1967, nel contesto della Guerra dei Sei Giorni.
Secondo Mearsheimer, il meccanismo sarebbe sempre lo stesso. "L’idea è che, se si arriva a una conflagrazione generale, gli Stati Uniti e il resto del mondo saranno concentrati sull’Iran contro gli Usa", ha spiegato. In questo scenario, l’attenzione mediatica, diplomatica e politica si sposterebbe lontano dai territori palestinesi. "È in quel momento che gli israeliani ripuliscono", ha avvertito, definendo la guerra stessa come una copertura politica.
Le dichiarazioni di Mearsheimer si inseriscono in un contesto di crescente tensione tra Israele e Iran, mentre il genocidio a Gaza continua nonostante il "cessate il fuoco". L’analista non ha sostenuto che una guerra sia inevitabile, ma ha ritenuto che una parte della leadership israeliana la consideri funzionale ai propri obiettivi strategici.
Per Mearsheimer, il punto centrale resta uno: "La guerra non è solo uno scontro militare, è anche uno strumento politico", capace di ridefinire priorità, silenzi e responsabilità sulla scena internazionale.
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