13 Gennaio 2026
Amir-Saeid Iravani, rappresentante Iran alle Nazioni Unite / fonte foto: @nxt888
Il sangue e la responsabilità politica
Non conosciamo, e forse non conosceremo mai, il vero bilancio di sangue delle recenti rivolte in Iran. I dati frammentari indicano un numero rilevante di caduti tra le forze dell’ordine, alcune centinaia tra i rivoltosi e un drammatico tributo di inermi, come la bambina di tre anni colpita da proiettili esplosi durante i disordini. Un punto, tuttavia, appare difficilmente contestabile: la responsabilità politica di questo spargimento di sangue ricade su chi ha incoraggiato e alimentato una rivolta senza sbocchi reali, a partire da Washington e Tel Aviv, fino alle figure simboliche di un’opposizione in esilio priva di qualsiasi radicamento interno.
Infiltrazioni e guerra coperta
Che nelle proteste fossero presenti attori stranieri non è una tesi propagandistica di Teheran. Rivendicazioni e fughe di notizie indicano il coinvolgimento di apparati d’intelligence israeliani e statunitensi. La presunta identificazione di centinaia di agenti operativi conferma che siamo di fronte non a una “rivoluzione spontanea”, ma a un classico scenario di guerra ibrida, dove la protesta sociale viene usata come moltiplicatore di destabilizzazione.
L’illusione del regime change
Fin dall’inizio era evidente che la Repubblica Islamica non potesse essere rovesciata dall’interno senza un intervento militare esterno massiccio. Non un bombardamento dimostrativo, ma una invasione terrestre, sul modello iracheno. Qui emerge il dato strutturale: l’Iran è un colosso geopolitico, con 92 milioni di abitanti e una profondità strategica enorme. Occorrerebbero milioni di soldati e decenni di occupazione. Uno scenario che né il Pentagono né Israele hanno mai preso seriamente in considerazione. Dunque, chi ha spinto alla rivolta sapeva che il prezzo sarebbe stato carcere o morte per molti manifestanti.
Il caos come obiettivo
Se il regime change è impossibile, qual è allora l’obiettivo? La risposta è semplice e inquietante: il caos. La logica è nota: se un paese non può essere controllato, allora deve essere destabilizzato, reso inutilizzabile anche per altri. Petrolio, rotte, influenza regionale: tutto passa attraverso l’indebolimento strutturale dello Stato iraniano.
Il bilancio dei “successi” occidentali
La storia recente parla chiaro. In Iraq, dopo oltre vent’anni, il paese è ancora mutilato e sottoposto a tutela indiretta. La Libia è un’arena di milizie e traffici criminali. L’Afghanistan è tornato ai talebani. La Siria resta frammentata e occupata. Questo elenco non è ideologico, è empirico. E dimostra che l’Occidente non solo ha fallito, ma non è più in grado di replicare nemmeno quei modelli distruttivi. Il caso Venezuela lo conferma: il potere è rimasto saldo, rafforzato dal fallimento delle pressioni esterne. Esattamente come oggi in Iran, dove milioni di cittadini sono scesi in piazza a sostegno dello Stato, nonostante tutte le criticità interne.
Soft power finito, hard power degenerato
La perdita del soft power statunitense ha prodotto una conseguenza evidente: il ricorso crescente a un hard power sempre meno strategico e sempre più violento. Quando manca la capacità di attrarre, resta solo la capacità di colpire. Ma senza progetto, la forza diventa violenza gratuita. È per questo che l’ex impero americano appare oggi come un impero del caos, incapace di costruire ordine e condannato a generare instabilità.
Capitalismo, guerra e riduzionismo
Negli ultimi anni si è affermata una lettura riduzionista, secondo cui la guerra sarebbe una semplice emanazione del capitalismo. Tesi suggestiva, ma storicamente fragile. Le guerre precedono di millenni il capitalismo e lo attraversano in forme diverse. Il vero errore epistemologico sta nella ricerca di una causa unica. I fenomeni storici e geopolitici nascono da catene causali multiple: economia, sicurezza, cultura, demografia, élite, geografia. Ridurre tutto a un solo fattore significa non capire nulla.
Il caso russo e l’Ucraina
Applicare questo schema semplicistico alla guerra in Ucraina porta a conclusioni grottesche. L’intervento russo non ha rafforzato il capitalismo di Mosca, lo ha danneggiato, tagliando mercati, investimenti e relazioni costruite in trent’anni. Chi parla di “terre rare” ignora dati elementari, la storia russa, l’accerchiamento NATO, il ruolo dell’Ucraina dal 2014. È la classica sindrome di Procuste: forzare i fatti dentro un’ideologia.
Verso una geopolitica adulta
La geopolitica non è una scienza esatta, ma non è neppure chiacchiera. È una disciplina giovane, imperfetta, che richiede approcci multidisciplinari e rifiuto delle spiegazioni meccaniche. Capire la guerra significa accettare la complessità, abbandonare i dogmi e studiare i contesti. È questo il compito della polemologia, oggi più necessaria che mai, in un mondo dove il caos non è un incidente, ma spesso un progetto.
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