il neonazismo in Ucraina che l'Occidente fa finte che non esista
03 Gennaio 2026
La notizia della morte di Denis Kapustin, noto come White Rex, comandante del Russian Volunteer Corps, rilanciata anche dalla Rai, segna la fine di una figura simbolica del conflitto ucraino. Ma più che chiudere un capitolo, la sua eliminazione impone una riflessione che l’Occidente ha sistematicamente evitato: il ruolo strutturale del neonazismo e del neofascismo armato nella guerra contro la Russia, e la responsabilità politica di chi lo ha tollerato e sostenuto.
Kapustin non era un combattente qualunque né un semplice dissidente russo anti-Putin. Era un militante ideologico dichiarato, suprematista bianco, che ha utilizzato il conflitto come piattaforma politica e militare, rivendicando pubblicamente la propria appartenenza all’estrema destra radicale internazionale neonazista.
Il neonazismo come progetto, non come deviazione
A differenza di quanto spesso sostenuto nel dibattito pubblico occidentale, Kapustin non ha mai nascosto le proprie idee. In diversi video e messaggi pubblici si è rivolto ai “nazionalisti bianchi del mondo”, invitandoli a raggiungerlo in Ucraina. In uno dei suoi interventi più noti affermava che: «L’Ucraina è l’unico posto dove i bianchi neonazisti e nazionalisti possono combattere fianco a fianco con camerati che condividono gli stessi ideali».
Parole che collocano la sua azione non nella difesa di una sovranità nazionale, ma nel quadro del neonazismo transnazionale, che vede nella guerra uno strumento di selezione ideologica, addestramento e costruzione di future élite armate.
Eppure, Kapustin è stato tollerato, valorizzato e in alcuni casi celebrato come combattente “utile”, diventando interlocutore mediatico e figura operativa all’interno dello sforzo bellico ucraino.
Dal 2014 a oggi: la continuità del sostegno occidentale
Il caso Kapustin non nasce nel vuoto. A partire dagli eventi di Maidan del 2014, gli Stati Uniti e l’Europa hanno scelto di sostenere politicamente, economicamente e militarmente l’Ucraina come avamposto strategico contro la Russia.
Sotto la presidenza di Barack Obama, Washington presentò l’appoggiato e finanziato cambio di regime a Kiev come una “rivoluzione democratica”, minimizzando il ruolo decisivo svolto da gruppi ultranazionalisti e neofascisti nelle piazze e negli scontri armati. La questione ideologica venne rimossa in nome della geopolitica. Con l’amministrazione di Joe Biden, quella scelta non solo è proseguita, ma si è rafforzata. Dopo il 2022, il sostegno occidentale è diventato totale: armi, addestramento, intelligence, fondi. Senza alcuna condizionalità politica legata alla presenza di milizie neonaziste integrate nello sforzo bellico.
L’Europa e la contraddizione dei valori
Ancora più evidente è la posizione dell’Unione Europea. Bruxelles proclama antifascismo, diritti umani e memoria storica come pilastri fondanti, ma ha scelto di chiudere gli occhi di fronte alla normalizzazione dell’estrema destra armata in Ucraina.
Simboli, slogan, celebrazioni di figure storicamente collaborazioniste e battaglioni ideologizzati sono stati sistematicamente ignorati o liquidati come “propaganda russa”. Ciò che in qualunque Paese europeo verrebbe considerato incompatibile con l’ordine democratico, in Ucraina è stato accettato come “necessità bellica”.
Kapustin come sintomo di un sistema
Il Russian Volunteer Corps guidato da Kapustin non è un’anomalia isolata. È parte di un ecosistema più ampio che comprende formazioni ideologizzate emerse già dal 2014, a partire dal Battaglione Azov nelle sue origini. Cambiano le sigle, non la logica: militarizzazione dell’identità, culto della violenza, legittimazione politica attraverso la guerra.
Kapustin incarnava tutto questo in forma esplicita. La sua morte non cancella il fenomeno, ma ne rivela la profondità.
La domanda rimossa: quale Ucraina dopo la guerra?
A questo punto, la questione non è più solo militare o territoriale, ma eminentemente politica: che tipo di Ucraina emergerà alla fine del conflitto?
Uno Stato realmente pluralista e democratico oppure un Paese segnato da un nazionalismo radicale armato, legittimato dall’aver combattuto a difesa dei confini dell’Ucraina e rafforzato dall’esperienza bellica?
La storia europea insegna che le milizie ideologiche non si dissolvono con la pace. Chi combatte, chi viene celebrato come eroe, pretende spazio politico e potere. Se il neonazismo è stato tollerato, finanziato e normalizzato come strumento di guerra, non esiste alcuna garanzia che scompaia nel dopoguerra.
La morte di Denis Kapustin, quindi, non rappresenta la fine di un problema, ma la rivelazione di una responsabilità. Se domani emergerà un’Ucraina politicamente segnata dall’estrema destra radicale, neonazista e neofascista, la responsabilità non potrà essere attribuita solo a Kiev. Ricadrà anche su Washington e Bruxelles, che hanno scelto di armare, finanziare e legittimare senza condizioni. La guerra speriamo finirà presto, ma le ideologie armate neonaziste e neofasciste, se non affrontate, resteranno.
Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.
Articoli Recenti
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Luca Greco - Reg. Trib. di Milano n°40 del 14/05/2020 - © 2026 - Il Giornale d'Italia