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Reintrodurre la leva militare in Europa, l'Italia ci sta pensando: una narrazione costruita per coprire fallimenti politici e l’ennesima generazione sacrificata

La reintroduzione della leva in mezza Europa, i test di idoneità fisica in Polonia, le raccomandazioni per i kit di sopravvivenza: tutto contribuisce a un clima di mobilitazione che assomiglia più a propaganda che a una reale strategia di sicurezza. A cosa serve davvero questa mobilitazione psicologica?

30 Novembre 2025

Leva militare obbligatoria in Italia, il governo Meloni introduce lo squallido progetto per la reintroduzione?

Fonte: Pixabay

Per qualcuno era già tutto previsto. La storia si ripete sempre: la prima volta è tragedia, la seconda è grottesco, una caricatura sbiadita dell’originale. Questa generazione, quella europea, non ha conosciuto né i sacrifici né gli sfarzi dei suoi coetanei di un secolo fa. Siamo sempre stati sospesi in un’epoca di incertezze fabbricate, e mentre l’età avanzava portandoci a domande concrete, che lavoro avremmo avuto, chi sarebbe stato il nostro compagno di vita, quando avremmo avuto dei figli, dall’altra parte si ruggiva di nuovo “guerra”.

I media non parlavano d’altro, come se tutto, alla fine, dovesse avere un senso. La guerra era fuori, ma era anche dentro: nelle costole, nella coscienza di una generazione benedetta e maledetta dagli attacchi del 2001. E adesso, ancora una volta, un’altra guerra. Anche quando non ce n’è bisogno.

C’è qualcosa di profondamente stonato nella narrativa bellica che l’Unione Europea sta costruendo su se stessa. Mentre Mosca non ha mai dichiarato guerra all’UE e i dossier militari non mostrano alcuna minaccia diretta, Bruxelles continua a evocare un’“Europa sotto attacco”. La reintroduzione della leva in mezza Europa, i test di idoneità fisica in Polonia, le raccomandazioni per i kit di sopravvivenza: tutto contribuisce a un clima di mobilitazione che assomiglia più a propaganda che a una reale strategia di sicurezza. A cosa serve davvero questa mobilitazione psicologica?

L’Europa non ha paura della guerra: ha paura di sé stessa. Quando un’istituzione teme di perdere il baricentro, il primo riflesso è sempre lo stesso: trovarsi un nemico. È un vecchio trucco, usato dagli imperi in declino e dai governi in difficoltà. Oggi Bruxelles lo applica con la stessa chirurgica disperazione. Dietro la narrativa dei “venti di guerra” si nasconde un’Unione logorata da promesse mancate: un Green Deal annunciato come rivoluzione e sgonfiato tra burocrazia, ritardi e fondi insufficienti; una battaglia climatica che l’Europa porta avanti da sola, con uno zelo spesso autolesionistico, mentre i veri grandi inquinatori del pianeta ignorano completamente le nostre regole; una gestione della crisi ucraina che ha mostrato l’assenza di una voce geopolitica autonoma; scandali, inchieste, crepe crescenti nella fiducia pubblica.

E non dimentichiamo la vicenda mai chiarita degli SMS tra Von der Leyen e l’industria farmaceutica durante le trattative sui vaccini, un buco nero di trasparenza che inghiotte sempre più ambiguità di questa Commissione.

In questo vuoto di risultati, la guerra diventa la narrazione perfetta: totalizzante, emotiva, incontestabile. Non potendo offrire sicurezza, Bruxelles offre allarme. Non potendo dare soluzioni, crea emergenza. Non potendo ricompattare l’Europa con la politica, prova a farlo con la paura. Ecco perché oggi si parla tanto di guerra: perché è l’ultimo collante rimasto.

Ed è in questo clima, più costruito che reale, che assistiamo al ritorno della leva militare in mezza Europa. Una rievocazione improvvisa, quasi nostalgica, di un passato che nessuno rimpiange davvero. La Croazia l’ha già reintrodotta; la Germania discute un nuovo modello di coscrizione; la Danimarca l’ha estesa alle donne; in Italia la proposta è tornata sul tavolo della politica come un rito identitario da sventolare nei talk show. Tutto con la stessa giustificazione: “tempi pericolosi, dobbiamo prepararci”. Ma se si osserva da vicino, questo fiorire di iniziative non ha nulla della pianificazione strategica. Somiglia piuttosto a un’operazione cosmetica, un esercizio di retorica muscolare pensato per rassicurare un elettorato impaurito e distrarlo dal resto.

È facile evocare la minaccia di una guerra che non c’è: molto più difficile affrontare il declino economico, la demografia in caduta, la produttività ferma, la fuga dei giovani, il disallineamento industriale con Stati Uniti e Cina. Così i governi scelgono la scorciatoia più semplice: dare la sensazione di “fare qualcosa”, anche se quel qualcosa è irrilevante o addirittura dannoso. Reintrodurre la leva significa sottrarre forze giovani al mercato del lavoro, gli stessi giovani che Bruxelles dice di voler “proteggere” e che, paradossalmente, mancano in ogni settore strategico dell’economia europea. Un controsenso che nessuno discute.

A pagare il prezzo sono sempre gli stessi: noi.

La generazione per cui era già tutto previsto, per alcuni ancor prima di nascere. Siamo diventati adulti in un’epoca che ci chiedeva di essere duttili, preparati, competitivi, ma in cambio ci offriva stage sottopagati, precarietà, salari stagnanti. Ora, come un colpo di scena tardivo, la politica scopre che mancano i giovani nelle industrie, nella ricerca, nella sanità, perfino nelle forze armate.

È un capovolgimento quasi grottesco: la stessa Europa che non ha saputo trattenere i suoi ragazzi ora li reclama per riempire i vuoti creati dalle sue stesse scelte.

La verità è che l’Europa sta preparando una giustificazione per sé stessa. Una cornice emotiva dentro cui incastonare tutto ciò che non ha saputo fare: crescere, innovare, proteggere, trattenere. I “venti di guerra” non arrivano dal fronte, statene certi. Sono sempre stati dentro, nelle costole, nei retrocessi emotivi di noi stessi.

 

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