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Il "fact checking" all'epoca del neo-tribalismo digitale: vero e falso dipendono dal potere; i principi di kratoepistemologia dei media

L’idea che la verità sia unica, semplice e priva di sfumature, appurata e consegnata al pubblico, è la pietra tombale sul pluralismo epistemico, cioè la premessa per la fine dell’evoluzione sociopolitica dell’Occidente

27 Gennaio 2026

Il "fact checking" all'epoca del neo-tribalismo digitale: vero e falso dipendono dal potere; i principi di kratoepistemologia dei media

Il “controllo dei fatti” è, negli ultimi anni, la strategia mediatica più utilizzata per screditare le opinioni scomode. Utilizzata non significa, ovviamente, che il controllo avvenga davvero. L’importante è che l’opinione eretica venga bollata come falsa – preferibilmente con una scritta rossa, così da segnalare il pericolo agli spettatori: kratoestetica. Il potere scrive la percezione del popolo decidendo come questi debba vedere la realtà, e bolla le interpretazioni scomode con segnali di pericolo. Quando il gioco si fa duro, gli algoritmi iniziano a censurare. Apposto il bollino di pericolo e mobilitati gli esperti compiacenti, l’eretico viene crocifisso in alta definizione: gogna mediatica. Il tribunale, in epoca virtuale, è lo schermo. Il globalismo è finito, comincia il neo-tribalismo digitale: guerra iper-tecnologica tra bande, senza leggi al di là della Wille zur Macht.

Embargo alle informazioni

Il globalismo è finito, o ridimensionato, anche per ciò che riguarda le informazioni: non tutte possono circolare. Il che non significa – per ora – che si possa zittire con un mero atto di forza, senza perdere il consenso residuo. La censura più efficace è quella che non si mostra come tale. La censura indossa i panni della verifica oggettiva e si ammanta di paternalismo. Il popolo (evidentemente ritenuto incapace d’intendere e di volere) viene protetto dalla percezione del falso. Singolare preoccupazione del potere! Mentre i bambini vengono esposti a violenza e pornografia; mentre le famiglie affogano nelle bollette e preparano il fagotto per la terza guerra mondiale; mentre i risparmi degli Italiani vengono investiti in armamenti, insomma mentre veniamo colpiti da tutte le parti, il Potere ha a cuore la verità. Miracolo epistemico alla fine della storia, singolare slancio moralistico nell’epoca del collasso delle illusioni. Alle porte dell’Armageddon, il popolo deve sapere cos’è vero e cos’è falso – anche se vogliamo mandarlo al macello.

Feticismo dei fatti

Pensavate di sfuggire ai novelli inquisitori, diffondendo informazioni non approvate da fonte certa e autorevole, superiore a qualsiasi punto di vista e conflitto d’interesse! E invece no! Già, perché sotto al concetto – ingenuissimo – di “controllo dei fatti” sta l’idea che vi sia qualcuno – forse un Dio – dotato di uno sguardo assoluto e imparziale sulla realtà. Questo soggetto sarebbe in grado – lui solo nel cosmo – di appurare il Fatto in quanto tale: il fatto in sé, il noumeno kantiano. Mentre i comuni mortali accedono solo a verità parziali (prospettiche come diceva Nietzsche), i controllori di fatti sono in contatto diretto e totale con la realtà: dei novelli Hegel, dotati di occhi infrarossi. Il loro sguardo è sovra-umano, super partes; le loro menti libere, esenti da pregiudizi e interessi. Quando si tratta di giudicare un’opinione, il controllore di fatti sospende la propria soggettività, mette in pausa i propri gusti, le proprie devianze concettuali e, preda di unoslancio platonico, si eleva al mondo delle idee. Da lassù, temporaneamente disincarnato, contempla il mondo e le bassezze dei mortali e… emette la sentenza.

Cos’è un fatto?

Prendiamo il più semplice dei fatti umani (quelli che c’interessano): un bambino sposta un oggetto. A livello fisico, l’azione è semplice: X sposta, nello spazio, Y. È questo il fatto? Anche descrivendolo nella maniera apparentemente più “oggettiva” e “neutrale”, cioè quantitativa, non ci sembra di cogliere, ancora, il sensodell’accaduto: alle ore 11 del giorno 1/1/2026, un umano di 2 anni ha spostato un cucchiaio sul tavolo. Che fatto è? Potremmo dire che quello descritto non sia ancora un fatto, ma un semplice dato fisico, un evento che registrerebbe una telecamera. Il fatto nasce con l’interpretazione, il senso che attribuiamo agli eventi. 

fatti, però, sembrano molti già in questo semplice episodio, e non tutti compatibili:

  1. X, giocandocon Y, lo ha spostato per dargli una nuova funzione di gioco;
  2. X, giocando, ha scartatoY per passare ad altro;
  3. X non stava affatto giocando, ma imparandoa compiere basilari movimenti nello spazio spostando diversi oggetti, tra cui Y;

Altre interpretazioni sarebbero possibili, ma fermiamoci qui. La carne al fuoco è sufficiente. Cos’è davvero accaduto? È chiaro che questi fatti, pur partendo dal medesimo accadimento fisico, siano diversi. Nel primo caso, sosteniamo che il bambino stess giocando con Y, nel secondo che avesse finito di giocarci, nel terzo e nel quarto che non abbia mai inteso giocarci. A chi tocca stabilire la verità? A un esperto di pedagogia, in linea di principio. Chi, meglio di lui, è preparato a interpretare l’accaduto? Qui nasce un secondo problema.

Qualunque pedagogista (come qualunque esperto), svolge il proprio mestiere a partire da una certa impostazione teorica. Ogni esperto ha le sue idee, le sue teorie che ne determinano lo sguardo. L’idea di una visione pura della realtà è un mito. Tutta la filosofia, da Kant in poi, concorda su questo punto.

La faccenda si complica enormemente: i fatti potenziali si moltiplicano a vista, e dire cosa sia avvenuto di preciso sembra in ultima istanza impossibile. Dobbiamo contentarci di scegliere, tra le interpretazioni, quella che più ci convince e soddisfa. Ma come? Ci stai dicendo che il fatto è oggetto di scelta? Una scelta che di solito avviene in automatico, senza pensarci troppo: è chi sei a decidere quali fatti sono per te veri e quali falsi. Vero e falso, diceva Nietzsche, dipende dal quantum di potenza che sei: più sei debole, più ti conviene ripararti in una comfort zone di avvenimenti innocenti. Il modo migliore di farlo, è abbandonarsi al paternalismo epistemico: fidarsi del potere. La fretta della vita odierna ci costringe a interpretare rapidamente per passare ad altro. Se qualcuno ha pronta una lettura credibile, magari colorata da una bella laurea sull’argomento, tanto meglio: veniamo dispensati dall’onere di pensare. 

Kratoepistemologia e morte della ricerca 

L’idea che la verità sia unica, semplice e priva di sfumature, appurata e consegnata al pubblico, è la pietra tombale sul pluralismo epistemico, cioè la premessa per la fine dell’evoluzione sociopolitica dell’Occidente. Siamo all’ultimo atto di una partita durata secoli. La setta delle ombre – quella di Batman – ha deciso che l’Europa deve perire. Al Leviatano occidentale rimane un’ultima carta da giocare: la forza. Talvolta rivestita di paternalismo.

Di Pietro Cattana

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