Manetti, la sua è una poesia che profuma di campagna. Quando capisce che la terra entra davvero nei suoi versi?
«Da sempre la terra è una presenza: sono cresciuto in Toscana, in una famiglia legata all’agricoltura. Lì impari che il tempo non lo comandi, lo accompagni. Questo finisce anche nella scrittura: le parole hanno bisogno di cura e luce, proprio come le viti».
Lei è laureato in viticoltura ed enologia e ha fondato un’azienda agricola a Greve in Chianti. Che cosa le insegna, ogni giorno, il lavoro in vigna? «Che la natura non va forzata. Puoi potare, puoi scegliere, puoi lavorare duro, ma alla fine devi rispettare i cicli. La vigna ti educa alla misura: fai attenzione ai dettagli, perché sono i dettagli che cambiano tutto. Questa disciplina mi ha formato anche come autore».
Nel libro torna spesso l’idea dell’attesa. È un sentimento personale o è anche una “legge” naturale, legata alle stagioni? «È tutte e due le cose. Io l’attesa l’ho imparata anche nelle stagioni: semini, curi, aspetti. E nella vita funziona allo stesso modo, soprattutto nei legami. L’attesa può diventare una forma di fedeltà: non una resa, ma un modo di restare presenti».
“Le ore eterne dell’attesa” e ambiente: il rispetto della natura, oltre le parole
Oggi l’ambiente è spesso discusso con toni allarmati o slogan. Da vignaiolo e poeta, che cosa la fa riflettere davvero? «Mi fa riflettere la semplicità delle cose: l’acqua quando manca, il caldo quando cambia i ritmi, il vento quando porta segnali nuovi. L’ambiente non è una teoria: è ciò che ti consente di lavorare e di vivere. E il rispetto nasce quando smetti di sentirti padrone».
Lei produce vino, olio e giaggiolo. C’è un legame simbolico fra questi prodotti e il suo modo di scrivere? «C’è il legame del gesto. Fare olio e vino significa accettare che il risultato arriva dopo, che serve pulizia, attenzione, pazienza. La poesia è simile: non è un esercizio di bravura, è un modo di custodire ciò che matura dentro».
Nella prefazione si parla di “poeta contadino”, senza posa. Le pesa questa definizione o la sente sua? «Se è un’etichetta, non mi interessa. Se invece significa che la poesia resta con i piedi per terra, allora sì, mi rappresenta. Io non scrivo per allontanarmi dalla vita, scrivo per avvicinarmi: per non lasciare che certi passaggi vadano persi».
“Le ore eterne dell’attesa” e poesia: da dove nasce la voce di Manetti
Nel libro la prima sezione, “Una vita che non è vita”, è attraversata da solitudine e disorientamento. La poesia nasce come riparo? «Sì, nasce come riparo e come specchio. Ci sono momenti in cui ti senti “uno in meno”, come se mancasse qualcosa di essenziale. In quei giorni la scrittura ti costringe a essere vero: metti giù quello che provi, senza ornamenti. Ed è già un passo».
Poi arriva “I giorni dell’amore”, dove cambiano luce e respiro. Che cosa accade in quel passaggio? «Accade che capisci che non puoi vivere chiuso. L’amore, quando arriva, ti rimette in movimento: ti dà energia, ti costringe a guardare fuori. Nel mio caso è stato come un risveglio: le parole che tenevo nascoste sono tornate vive».
E la sezione finale, quella del titolo, è piena di distanza, nostalgia, desiderio di ricongiungimento. L’attesa diventa quasi fisica. «Perché è fisica. Quando ami, il tempo cambia peso. Ho provato quella sensazione di apnea, di mancanza d’aria, e ho capito che la gioia dell’amore può diventare ossigeno. Scrivere, in quei giorni, è stato un modo di tenere acceso il legame».
“Le ore eterne dell’attesa” e Italia: poesia popolare, senza artifici
Lei parla di una poesia “capace di arrivare a chiunque”. Che cosa intende con poesia popolare? «Intendo una poesia che non si nasconde dietro giochi di prestigio. Non è semplificare: è essere limpidi. Se un verso non comunica, per me resta incompiuto. Voglio che chi legge senta di essere seduto al tavolo con me, non davanti a una vetrina».
Ha pubblicato “sChianti”, ha creato un blog, ha unito poesia e pittura, ha partecipato a progetti artistici. Che cosa cerca, quando porta la poesia fuori dalla pagina? «Cerco contatto con la realtà. La poesia non deve restare chiusa: può stare su una pietra, su un quadro, in una lettura pubblica. Quando esce, cambia anche te: ti chiede coraggio, ti chiede coerenza».
Se dovesse lasciare un’immagine al lettore per entrare nel libro, quale sceglierebbe? «Un gesto semplice: una mano che pota, un quaderno appoggiato sul tavolo, un bicchiere versato senza fretta. Perché le “ore eterne” non sono solo quelle del dolore: sono anche quelle in cui impari a prenderti cura, di te e di ciò che ami»
Mariagloria Fontana
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