23 Gennaio 2026
Il 26 gennaio alle 18:00 il Centro Archeologico Italiano del Cairo presenta il progetto "Cross-Looking. A visual investigation on the legacy of my ancestors Valeri and Lekegian" del fotografo Andrea Savorani Neri, co-finanziato dal programma Creative Europe dell'Unione Europea.
Il lavoro di Neri esplora l’eredità condivisa di Gabriel Lekegian (1853-ca. 1920), fotografo armeno di Costantinopoli che fece fortuna al Cairo, e Salvatore Valeri (1856-1946), pittore italiano residente a Costantinopoli, che divenne insegnante presso l’Accademia fondata dal Sultano e bisnonno di Neri. Il progetto fotografico è basato su quattro residenze a Yerevan, Istanbul, Il Cairo e Roma, con il coinvolgimento di giovani artisti internazionali. Esso analizza criticamente il rapporto tra pittura, fotografia e patrimonio culturale.
All'evento interverranno Giuseppe Cecere, direttore del Centro Archeologico Italiano del Cairo; Omniya Abdel Barr, architetto, storica dell'arte e dell'architettura islamica; Paolo Girardelli, professore di Storia dell'Arte e dell'Architettura al Dipartimento di Storia della Boğaziçi University; e Francis Amin, esperto di fotografia in Egitto
Il fotografo Andrea Savorani Neri racconta così l'idea che ha portato alla realizzazione di questo progetto fotografico:
"Il mio desiderio di condurre una ricerca approfondita sulla vita e sull'opera del mio bisnonno Salvatore Valeri risale ai miei anni da studente, tra la fine del liceo classico e l'inizio dell'università.
Questo desiderio nasceva dalla mia passione per le immagini e il linguaggio visivo, ma precedeva la mia carriera da fotografo. Sono cresciuto guardando i dipinti nella nostra casa a Faenza, in Emilia-Romagna: volti olivastri, spesso adornati con strani copricapi, piedi nudi su selci irregolari, figure accovacciate a terra o siluettate contro i muri sgretolati di architetture fatiscenti, il cortile interno di una moschea, tutti simboli di un "altrove" che mi era sconosciuto, immerso com'ero nella vita ordinaria dell'Italia provinciale. Non capivo appieno che quei dipinti (e presto dopo, quelle fotografie) erano il ponte verso la storia non solo del mio antenato Salvatore, ma verso l'intero legame tra le famiglie Valeri e Lekegian.
A venticinque anni, Salvatore lasciò Roma per passare i quarant'anni successivi circa a Costantinopoli. Non era chiaro alla mia famiglia che Valeri, pittore ma anche professore all'Accademia di Belle Arti, sposato con una donna armena di Costantinopoli, Maria Lekegian, fosse quindi anche il cognato di Gabriel Lekegian, uno dei fotografi più prolifici e, a suo modo, unici tra i tanti attivi nell'Impero Ottomano e in Egitto tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Si sapeva vagamente che c'era stato un fotografo nella linea familiare, ma il nome della bisnonna, Lekegian, non era mai stato collegato a Gabriel.
Nel frattempo, continuavo a ripetermi che, prima di iniziare la ricerca su Salvatore Valeri, avrei aspettato il momento giusto, finché le cose non si fossero sistemate e, soprattutto, finché non mi fossi sentito più maturo. Poi, circa otto anni fa, nel seminterrato polveroso della casa a Faenza acquistata da Valeri nel 1925, dove avevo spesso frugato tra fotografie, disegni, progetti e altri materiali sopravvissuti al passare del tempo come reliquie della fine di un mondo, l'Impero Ottomano, notai il ritratto di un uomo sulla quarantina, vestito elegantemente, con una folta barba levantina e un naso prominente, una fotografia scattata dallo Studio Phébus a Pera, Costantinopoli.
Qualche tempo dopo, insieme alla mia compagna Chiara, notammo la somiglianza inconfondibile di quest'uomo con il fotografo Lekegian. Il fotografo aveva raggiunto la fama durante la sua vita, ma dopo la morte era diventato quasi un fantasma della storia, sia nella storiografia che nella mia famiglia. Il fotografo posava nella foto, il fratello della mia bisnonna Maria Lekegian, lo zio della mia nonna Italia e del suo gemello, l'architetto Alessandro Valeri, anch'egli relativamente dimenticato dopo la morte prematura.
Con antenati come un pittore italiano trasferitosi nell'Impero Ottomano e un fotografo armeno di Costantinopoli che visse al Cairo, era arrivato il momento per me di intraprendere un progetto di ricerca basato sulla fotografia, per rivivere la memoria di un passato dimenticato. Così ho elaborato il progetto Cross-Looking, per scattare fotografie con una macchina analogica a lastre 4x5 pollici nelle città che simboleggiano queste storie intrecciate che volevo comprendere più a fondo: Yerevan, Istanbul, Il Cairo, Roma, Faenza."
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