18 Marzo 2026
Arianna Rinaldo, curatrice della mostra “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno" presso le Gallerie d’Italia di Torino è stata intervistata da Il Giornale d’Italia. Nell’intervista ha messo in evidenza l’importanza del cambiamento per Brandt.
Come nasce l'idea di questa mostra?
Il lavoro di Nick Brandt è un lavoro pluriennale, sul tema del cambiamento climatico e della distruzione ambientale. L'idea è nata durante il periodo del Covid, però è sempre stato un attivista: fotografo attivista, artista attivista. Ha sempre trattato tematiche legate all'ambiente. Nello specifico, durante la pandemia c'è stato questo momento di grande incertezza, di limbo, in cui ci sentivamo tutti come nella nebbia, in una situazione di insicurezza. Quest'idea della nebbia è proprio quella che ha ispirato i primi due capitoli.
Il primo capitolo è ambientato in Kenya e Zimbabwe, il secondo in Bolivia. Qui vediamo persone e animali ritratti insieme, nella stessa inquadratura, allo stesso tempo: persone impattate dal cambiamento climatico, animali impattati dalla distruzione ambientale. Sono avvolti da questa nebbia, che è una nebbia artificiale creata con macchine ad acqua non tossiche, per dare il senso dello scomparire di questo mondo naturale.
L'ottica con cui fa queste fotografie non è concentrata solo sugli esseri umani, ma anche sugli animali, che è un tema molto importante
Sì, i primi due capitoli includono persone e animali, mentre il terzo e il quarto si concentrano più sugli esseri umani. È importante che entrambi questi esseri senzienti siano visti insieme, perché sono allo stesso modo vittime di una crisi collettiva. Nel capitolo tre, ambientato alle isole Fiji, e nel quarto, ambientato in Giordania, si concentra sugli esseri umani. Nello specifico, nell’ultimo capitolo, quello commissionato dalle Gallerie d’Italia, si parla di famiglie: una collettività, una comunità. Sono famiglie di rifugiati siriani in Giordania, colpiti da una parte dal problema della guerra e dall’altra proprio dal cambiamento climatico, perché sono sfollati all’interno della Giordania e si devono continuamente muovere per poter procedere con le loro attività agricole.
Qual è il messaggio che vorrebbe passasse attraverso questa mostra?
The Day May Break è un racconto di urgenza, ma anche di speranza. Prendere coscienza delle cause e delle problematiche legate al cambiamento climatico e alla vita di queste persone che ne vengono impattate – soprattutto nei paesi meno responsabili di esso – è fondamentale.
Però, in tutti i capitoli, c’è sempre un barlume di speranza. Queste persone sono vittime, ma sono sopravvissute: ritratte con dignità e rispetto. Ci sono molti bambini, che rappresentano il futuro. Questa è la maniera in cui Nick Brandt ci fa capire che c’è speranza.
Dobbiamo però metterci tutti a lavorare: capire e fare ognuno il nostro piccolo per limitare i danni del cambiamento climatico.
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