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La Fondazione Amedeo Modigliani e il Dott. Veronesi: “Nell’opera di Guzzini non può essere ritratto il pittore Mario Cavaglieri”

La Fondazione Amedeo Modigliani di Roma ammette: "Chi ha certificato quest’opera lo ha fatto senza un metodo scientificamente riconoscibile, un certificatore che non dimostra rigore, trasparenza e controllo delle fonti non è credibile"

26 Gennaio 2026

La Fondazione Amedeo Modigliani e il Dott. Veronesi: “Nell’opera di Guzzini non può essere ritratto il pittore Mario Cavaglieri”

Ritratto di Guzzini, Autoritratto con fazzoletto rosso di Mario Oddone Cavaglieri

Un anno fa la stampa annunciava che l'imprenditore e collezionista italiano Paolo Guzzini avesse comprato un quadro senza alcuna attribuzione, ad un mercatino di Le Mans e che avesse avuto una recente attribuzione ad Amedeo Modigliani.

L’opera è stata inserita nel catalogo ragionato da Cristian Parisot, titolare degli “Archives Legales Modigliani”. Parisot sostiene che il quadro raffiguri Mario Oddone Cavaglieri, un pittore nato a Rovigo e riferisce che a sua detta fosse "amico di Modigliani” e che avesse incontrato il più celebre artista livornese a Venezia, nella sua giovinezza.

Lo storico dell’arte Victor Rafael Veronesi sottolinea che questa possibile identificazione pone diversi problemi. In primo luogo, vi è un problema di datazione. L’opera, stando alla narrazione fatta dai proponenti, sarebbe datata intorno al 1906, come è inserita nel catalogo del 2024.

Nei primi di gennaio del 1906 Modigliani, sostenuto economicamente dai familiari, si diresse a Parigi.

Fino alla metà del medesimo anno Cavaglieri si trovava a Padova per poi trasferirsi a Venezia, come è deducibile dai documenti raccolti dallo storico e forniti dal comune di Padova (città dove ebbe a lungo residenza, sin dall’ infanzia). Questo fa emergere un problema di datazione, dal momento che i due non avrebbero potuto incontrarsi. E, se ci fossero dei nuovi documenti che mutano il quadro di un dato storico ben acquisito andrebbero condivisi pienamente e messi al vaglio degli studi. Lo storico d’arte Veronesi ammette che si potrebbe ipotizzare una datazione più tarda, nel 1911, quando sappiamo che a Parigi erano presenti sia Modigliani che Cavaglieri. Il pittore padovano era, in quell’anno, nella capitale francese, ma  l’incontro tra i due appare complesso, dato che il viaggio di Cavaglieri appare più un di piacere che un viaggio per studio.

Del medesimo parere è Fabrizio Checchi, storico dell’arte e Presidente della Fondazione Amedeo Modigliani di Roma: “Dal punto di vista storico e biografico, le cronologie documentate di Amedeo Modigliani e Mario Cavaglieri non si incontrano nei tempi e nei luoghi indicati. Non esistono documenti, lettere, testimonianze, memorie o fonti archivistiche che attestino una loro conoscenza diretta, né a Venezia nel 1906 né in una fase successiva a Parigi.”

Un secondo elemento da considerare di questa attribuzione del soggetto risulta essere proprio il fatto che Cavaglieri, stando ai suoi autoritratti e ritratti fotografici, non assomigli né per pettinatura, né per fisionomia all’uomo raffigurato nell’opera. Inoltre, la presenza dei baffi nel dipinto allontana ancora di più la possibilità che raffiguri Cavaglieri proprio perché non parve aver mai portato i baffi, rasandosi sempre. Ipotizzando un confronto con “Autoritratto con il fazzoletto da taschino rosso” del 1906 come mette in luce lo storico Veronesi, la diversità appare lampante. Anche il dottor. Checchi ammette “Sul piano stilistico e fisionomico, il confronto con la produzione certa di Cavaglieri evidenzia scarti evidenti, macroscopici, incompatibili con una semplice variazione espressiva. Il soggetto raffigurato non corrisponde per età, morfologia né atteggiamento alle immagini storicamente documentate del pittore. Anche qui, l’identificazione proposta non regge alla prova dei fatti.”

Queste informazioni sulla vita e sul lavoro di Cavaglieri sono ricavabili dal lavoro dalla Dott.ssa Vivianne Vareilles Cohen, confluito in una tesi di laurea del 1970. Divenuta in seguito la massima esperta di Cavaglieri, ha pubblicato nel 2006 il più importante catalogo sull’artista. La studiosa realizzò un approfondita ricerca sul pittore, andando a vivere a stretto contatto con lui e la sua famiglia.

Non solo il critico Veronesi, ma anche i figli della Vareilles Cohen, contattati da quest’ultimo, hanno dichiarato che il soggetto raffigurato nell’opera non può essere Mario Cavaglieri. I figli della Vareilles Cohen hanno avuto anch’essi uno stretto rapporto con il pittore e la sua famiglia. Inoltre, hanno ammesso di non avere informazioni che attestino di un incontro tra i due artisti. Passando all’analisi della tecnica, dalle informazioni deducibili dalla stampa, le prime analisi chimiche sulla tela e sui colori hanno fatto emergere che il bianco utilizzato nell’opera sarebbe stato di tipo “povero”, usato all’epoca per dipingere nella capitale francese nei primi del ‘900. Il colore, secondo lo storico dell’arte, stabilisce solo degli estremi di datazione, poiché essendo un materiale prodotto ormai per il commercio, poteva essere acquistato da tutti coloro che frequentavano, banalmente, lo stesso fornitore di Modigliani.

Ad attirare l’attenzione del collezionista italiano Guzzini, è stato il timbro caratterizzante il retro del quadro che data l’opera, secondo i proponenti, agli inizi del Novecento. Come detto da Guzzini, “Il timbro apparteneva a un negozio di Montmartre, un quartiere di Parigi che era frequentato da molti artisti”. Tuttavia lo storico dell’arte Veronesi ha evidenziato come una tela marchiata non può essere un elemento definitivo per datare l’opera poiché la tela potrebbe essere stata benissimo usata da altri, anche da un pittore dilettante.

Infine, la Fondazione Amedeo Modigliani di Roma che ha esaminato l’opera, prende una chiara e ferma posizione: “Le attestazioni circolate sull’opera non si basano su documentazione primaria, non citano fonti verificabili, non presentano confronti sistematici né un metodo esplicito. Sono costruite su deduzioni narrative, su ipotesi presentate come certezze e su un uso disinvolto della suggestione storica. In termini chiari: chi ha certificato quest’opera lo ha fatto senza un metodo scientificamente riconoscibile. Un soggetto certificatore che non dimostra rigore, trasparenza e controllo delle fonti non è credibile, e le sue conclusioni non hanno alcun valore sul piano storico-artistico. Non si tratta di un’opinione alternativa, ma di un’operazione priva di affidabilità. In assenza di: documentazione primaria, riscontri indipendenti, coerenza cronologica, coerenza stilistica, le certificazioni prodotte non valgono come prova, ma come semplici narrazioni soggettive”.

 

 

 

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