24 Gennaio 2026
Donald Trump
Si è concluso il World Economic Forum di Davos, che ha visto la partecipazione di ben 130 Paesi, top manager e capi di Stato, chiamati al difficile compito di assumere impegni e prendere decisioni sui temi più complessi della geo-economia, aggravati dalle guerre disseminate nel mondo, dai conflitti commerciali e dall’esplosione del debito pubblico globale.
L’inarrestabile affermazione dell’IA, lo sviluppo affascinante della tecnologia e l’uso spregiudicato del web hanno cambiato il mondo, mentre l’Europa stenta ancora a incrementare gli investimenti nelle infrastrutture digitali, nell’energia e nella difesa, che sono la garanzia del suo futuro. La politica non riesce a tenere le redini di un processo di cambiamento in continua evoluzione, che richiede un nuovo linguaggio, abilità particolari e sofisticate, ingenti mezzi finanziari e nuove regole tutte da scrivere, poiché quelle di ieri sono già vecchie e superate.
Le strategie di stampo imperialistico delle tracotanti autocrazie che si sono consolidate stanno dominando la scena, di fronte a un resto del mondo che, senza più regole, è paralizzato e privo di qualsiasi difesa. Il vero tema di Davos è stato accantonato e l’attenzione si è concentrata dapprima sull’intervento del premier progressista canadese Mark Carney, che con coraggio e lucidità di analisi ha messo a fuoco il vero problema dell’Occidente: la sottomissione inerte al favore dei più forti, accettata con ignavia e coperta dalla propaganda della sovranità; poi sulle mosse di Trump, che si è fatto precedere da una funambolica girandola di minacce e pseudo-riforme degli organismi internazionali per un “nuovo ordine” garantito dalla forza, che danza sulle rivalità crescenti tra le grandi potenze, in cui il più forte persegue i propri interessi utilizzando anche i dazi come strumento di coercizione per mantenere la subordinazione.
In sostanza, Trump ha volutamente affermato il contrario dell’ordine internazionale basato sulle regole che ha consentito progresso e prosperità. Ha attaccato l’ONU, che è stata un importante pilastro del diritto internazionale per la difesa della pace — e di cui gli Stati Uniti sono il primo contribuente — affermandone l’inutilità e la necessità di sostituirla.
Il focus si è così, come prevedibilmente temuto, concentrato sull’agenda trumpiana, che ha messo in secondo piano le questioni strategiche più importanti che avrebbero dovuto essere discusse e approfondite, quali la crescita economica, le migrazioni e la difesa europea. Nella conferenza stampa, il presidente Trump ha dapprima cercato il conflitto, le offese e i ricatti, brandendo l’arma della forza militare, sbandierata al mondo con il blitz in Venezuela e la cattura di Maduro; poi ha affrontato la questione della Groenlandia in modo grottesco, sottintendendo che o la sua proposta veniva accettata o ci si assumeva la responsabilità di rompere con gli USA.
Alla fine ha però ripiegato su un patto più modesto, che gli garantisce, almeno per ora, un ampliamento delle basi americane, poiché le sue affermazioni sono state smentite dalla storia. Infatti, nel 1941 gli USA difesero sì la Groenlandia, ma non ne divennero i proprietari. Anche per Gaza, dopo aver minacciato deportazioni di palestinesi, ha ripiegato sul “Board of Peace”, gestito di fatto dagli USA, con un gettone di ingresso di un miliardo, aperto perfino a Putin e a chiunque sia disposto a pagare e ad accettarne le regole.
Per contro, Mark Carney ha lanciato proposte pragmatiche per abbandonare la nostalgia del vecchio ordine che ci teneva apparentemente sotto un ombrello protettivo, quando invece, spesso, i più forti rispettavano le regole a loro piacimento, dimostrando nei fatti la finzione dell’Ordine Internazionale. Ha invitato i Paesi più deboli a negoziare tutti insieme con i potenti nuove regole, piuttosto che competere tra loro per ingraziarsi i favori dei potenti accettando la subordinazione.
Il suo intervento è stato una grande dimostrazione di coraggio, consapevole della sfida che stava lanciando al mondo democratico e non. L’Europa ha altalenato nelle sue decisioni, trovando compromessi tra il gruppo dei volenterosi e i nazionalpopulisti e tentando la via della fermezza, ma con troppi tentennamenti. Il nostro Presidente del Consiglio si è mostrato prudente, evitando la rottura dei buoni rapporti con gli USA, ma presto, di fronte a tanta tracotanza e bullismo politico, sarà inevitabile anche per lei una scelta chiara, che rompa l’equilibrismo con cui si cristallizza la sottomissione, camuffandola con l’amicizia.
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