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Processo Bataclan, il racconto di Emmanuel Carrère su Robinson

La cronaca del processo della strage del Bataclan dello scrittore Emmanuel Carrère sulle colonne di Robinson: "Noi che seguiamo questo processo non siamo venuti per giudicare, ma per comprendere"

30 Ottobre 2021

Processo Bataclan,  il racconto di Emmanuel Carrère su Robinson

emmanuel carrère

Emmanuel Carrère, tra gli scrittori francesi contemporanei più acclamati, affida alle pagine del'OBS (Le Nouvel Observateur) la testimonianza del processo della strage del Bataclan. In Italia il racconto dello scrittore può essere letto sulle colonne di Robinson, inserto de La Repubblica, che a partire da oggi, 30 ottobre, pubblicherà la testimonianza in puntate

Il maxi processo sulle stragi jihadiste si è aperto mercoledì 8 settembre 2021 a Parigi: in aula era presente Salah Abdeslam, l'unico sopravvissuto fra i kamikaze dei commando terroristici che il 13 novembre 2015 avevano compiuto il tragico attentato. Di seguito un estratto della testimonianza di Emmanuel Carrère:

Emmanuel Carrère, Processo Bataclan: "Sarà comunque qualcosa di enorme, qualcosa di inedito che dovrà trovare, poco a poco, le sue regole e la sua drammaturgia"

"A fine luglio abbiamo saputo che il processo non sarebbe durato sei mesi, ma almeno nove. Quello che varia non sono i tempi del procedimento, è lo spazio concesso alle parti civili. Sono circa 1800, fra sopravvissuti e persone che hanno perso un loro caro. Non si sa ancora quanti di loro testimonieranno in aula, possono aggiungersi o rinunciare fino all'ultimo minuto.  Si concede, in media mezz'ora a ognuna. Ma quale magistrato ha il coraggio di dire “il suo tempo è scaduto” a una persona che cerca le parole per raccontare l'inferno del Bataclan?

La mezz'ora sarà magari un’ora, i sei mesi diventeranno un anno e sicuramente non sono il solo oggi a domandarsi perché mi preparo a trascorrere un anno della mia esistenza chiuso dentro una gigantesca aula di tribunale con la mascherina sul viso, ad ascoltare vittime che parlano e carnefici che tacciono da mezzogiorno alle otto di sera,  risvegliandomi  all'alba per mettere in bella forma gli appunti presi il giorno precedente prima che diventino illeggibili.

[...] Perché? Perché infliggersi tutto questo ? Perché aver proposto i miei amici dell’Obs questa cronaca di lungo corso? Se fossi un avvocato o un qualunque altro protagonista del grande macchinario della Giustizia, naturalmente fare semplicemente il mio lavoro. La stessa cosa se fossi un giornalista. Ma essendo uno scrittore a cui nessuno ha chiesto nulla, uno scrittore che, come dicono i lacaniani dello psicanalista, si autorizza solo da sé stesso e dal suo desiderio, mi trovo costretto a interrogarmi su questo desiderio.

Non sono stato toccato dagli attentati, così come nessuna delle persone che conosco. In compenso, mi interesso a quella misteriosa attività umana che consiste nel rendere giustizia. Ho descritto in un libro l'imponente cerimoniale di una Corte d'Assise,  in un altro il lavoro oscuro di un tribunale di primo grado. Quello che si aprirà l’ 8 settembre non sarà, come qualcuno a volte dice, la Norimberga del terrorismo ( a Norimberga furono giudicati alti dignitari del  regime nazista, qui compariranno di fronte al Giudice dei delinquenti indottrinati, non i loro indottrinatori), ma sarà comunque qualcosa di enorme, qualcosa di inedito che dovrà trovare, poco a poco, le sue regole e la sua drammaturgia.

 Io voglio assistervi, e questa è una prima ragione. Un'altra è che, pur non essendo uno specialista dell'islam, e ancor meno un arabista, mi interesso anche alle religioni, alle loro mutazioni patologiche e a questa domanda: dove comincia il patologico? Quando c'è di mezzo Dio, dove comincia la follia?

Quello che è successo nel 2015 si spiega in un contesto che era quello della Siria dell'assurdo califfato adornato fra il 2014 e il 2019 dallo stendardo nero di Daesh, che ci sembra già qualcosa di lontano, come se la pandemia e la catastrofe ecologica avessero rispedito nel mondo di prima queste barbarie artigianali, ma scrivo queste righe in un momento in cui i talebani si sono ripresi l'Afghanistan e questo volto spaventoso dell'islam è ancora tutt’altro che un ricordo del passato.

Emmanuel Carrère, Processo Bataclan: "Testimonianze delle parti civili, voci che si dispiegano e ognuna di queste voci ha il suo modo inconfondibile di suonare giusta. Tutte hanno l'accento della verità"

Questo processo è un modo per scrutarlo, ed è la seconda ragione. Ma la ragione essenziale, quella che tutti condividono al di là della fascinazione personale per la giustizia e il fenomeno religioso, non è questa. La ragione essenziale è che  centinaia di esseri umani accumunati dal fatto di aver vissuto quella notte del 13 novembre 2015, di essere sopravvissuti a essa o di essere sopravvissuti a coloro che amavano compariranno di fronte a noi e parleranno. Ascolteremo la verità. Ci sentiremo a disagio.  Ci ritroveremo ogni giorno, tutti i giorni, rinchiusi in quella scatola di abete bianco dove verranno provate e raccontate esperienze estreme di morte e di vita,  sarà una lunga, lunga traversata e penso che fra il giorno in cui entreremo in quella scatola e quello ancora lontano, ancora senza data, in cui ne usciremo, qualcosa in noi,  attori e anche spettatori si sarà mosso, sarà cambiato. Che cosa non so: vengo per scoprirlo.

Questo processo ha un'ambizione smisurata, che non è soltanto rendere giustizia, ma esporre nel dettaglio per nove mesi, da tutte le angolazioni, dal punto di vista di tutti i protagonisti, quello che è successo quella sera. Per 14 giorni, come prima cosa, è stato fatto il punto della situazione. Poliziotti, gendarmi, esperti sono venuti in aula a descrivere quello che hanno visto. Questi uomini agguerriti piangevano.  Ora si entra in un’altra dimensione: le testimonianze delle parti civili, vale a dire i sopravvissuti e i congiunti delle vittime.  Le persone a cui quella cosa là è successa.  Ci sono una quindicina di testimonianze ogni giorno di un'intensità sconvolgente. E’ cominciato da quattro giorni e ci sembra che vada avanti da un mese.

Le udienze iniziano a mezzogiorno e finiscono in teoria alle sette e mezza di sera, spesso più tardi, e visto che è complicato uscire e poi rientrare, perché bisogna ripassare per tutti i controlli di sicurezza, in pratica, non vediamo più la luce del giorno: alle 18 chiediamo che siano le 3 del mattino. […]

Il presidente, di cui tutti elogiano la fermezza il tatto, ha detto una frase poco felice, di cui si è peraltro scusato: per non ingolfare troppo il calendario delle udienze, gli avvocati delle parti civili avrebbero dovuto concertarsi, fra loro e con i loro assistiti, “per evitare ripetizioni inutili”. Cosa vorrebbe dire,  evitare le ripetizioni inutili? Certo, ci sono delle cose che tutti quelli che erano nei ristoranti colpiti dagli attentatori dicono: che in un primo momento hanno creduto di sentire dei petardi, poi di essere finiti in mezzo a un regolamento di conti, prima di comprendere quella cosa assurda e cioè che degli uomini erano usciti da una macchina con armi da guerra in pugno per ucciderli; che quando è finito, quando la macchina è ripartita, c'è stato quello che a volte viene chiamato, senza pensarci, un silenzio di morte, ma è quel caso era davvero un silenzio di morte e dopo sono cominciate le urla;  che era una carneficina, un mattatoio, un groviglio di corpi con buchi enormi da cui usciva sangue, carni, organi, e quando i primi soccorsi sono arrivati si sentiva questa frase: “Occupatevi dei vivi”.

Ma non ci sono e non ci possono essere ripetizioni inutili, perché quegli stessi istanti ognuno li ha vissuti con la sua storia, con i suoi strascichi, con i suoi morti e ora li racconta con le sue parole. Non sono dei fatti che vengono enumerati fino a inaridirsi, ma delle voci che si dispiegano e ognuna di queste voci ha il suo modo inconfondibile di suonare giusta, perché tutte suonano giuste. Tutte hanno l'accento della verità".

[Fonte: https://www.repubblica.it/robinson/2021/10/29/news/emmanuel_carre_re_e_il_processo_del_secolo_sul_nuovo_robinson-324140238/]

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