Giovedì, 27 Gennaio 2022

Seguici su

"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

"Baciami le labbra, ma lascia libera la mia lingua", Rabia Balkhi e le poetesse afgane

Scrivere contro l'oscurità: Rabia Balkh, Nadia Anjuman, Bahar Saied...

Di J. Muller

17 Agosto 2021

"Baciami le labbra, ma lascia libera la mia lingua", Rabia Balkhi e le poetesse afgane

Ragazza afgana, Steve McCurry, 1984, Natonal Geographic Magazine del numero di giugno 1985.

Le storie di donne sono quasi sempre storie di sangue. La storia di Rabia Balkhi, poetessa persiana del X secolo, è una storia di poesia, sangue e ribellione. 

رو افتاد چون یک پاره دیوار    میان خون و عشق و آتش و اشک ( She collapsed like a fragment of a wall. Amid blood, love, fire and tears), scrive di lei il mistico e poeta Farid al-Din 'Attar. 

Un Amore proibito quello della poetessa che infrangeva il divieto di scrivere. La leggenda che avvolge questa antica sacerdotessa della parola narra come Rabia fu innamorata di uno schiavo. Il fratello le proibì tale amore tanto da ferirla con un rasoio e lasciarla morire dissanguata nel hammam, dove ella ricoprì le pareti dei suoi ultimi versi scritti con il sangue che le fluiva via dal corpo:

"L'amore è un oceano talmente sconfinato. Che nessuno vi nuota senza esserne ingoiato".. scriveva.

La storia di Rabia Balkhi è leggenda ma anche verità tremenda. Porta il suo nome una delle scuole femminili di Kabul. La scuola è ora chiusa, come nel 1996 quando la città fu conquistata per la prima volta dai talebani che fondarono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan sotto la guida del mullah Omar.

L'applicazione più estrema della Sharia secondo gli 'studenti coranici' obbliga le donne a una vita di divieti: non esiste più la scuola, non si può nemmeno uscire per strada da sole. Infrangere tale divieto poteva portare all'uccisione, spesso per lapidazione, feroce morte di donna. 

Chi scaglia la prima pietra ha paura del loro potere, perché in silenzio, con ardore, elle si tramandano il segreto di sopravvivere, l'angusto spazio di libertà che nessuno potrà mai strappare. 

Perchè Rabia è sopravvissuta, nell'hammam con il sangue alle pareti. E' lei la naturale antesignana di storie e parole atroci, spesso solo sussurrate e sigillate nei landai anonimi che il vento ogni tanto manda fin qui.

La libertà proibita attraversa come una spada affilata le pagine delle poetesse afgane più contemporanee. Una di loro, Nadia Anjuman, viene assassinata nel 2005. Durante il regime talebano ad Herat nel 1995 frequentava un circolo letterario mascherato da scuola di cucito: La Goodle Niddle School. 

Finito il regime si iscrive all'Università, studia Lettere, pubblica una pregevole raccolta di poesia: "Gul-e-dodi" ("Fiore di fumo"). Si sposa. Il marito la uccide perché declama le sue poesie in pubblico. Aveva 25 anni.


Divento fumo nello spazio del mio credo
Lentamente mi avvolgo e mi anniento
Finché vengo allevata dalle mani dell’ansia
Nell’abisso del cuore i miei battiti aumentano
E quel battito intende conoscere la terra della fossa del tardi
Mi preparo al momento trascorso
A volte dall’amore arido e dal buon miraggio di una nuvola
Mi trasformo nel più arido deserto salato
Ma l’immaginazione dei miei occhi mi trasforma in acqua
Nel letto della morte per sete, mi trasformo in ruscello
Se arriva a me il capo di uno dei fili della speranza
Divento l’ordito nella sottile trama del cuore
Questo se n’è andato senza commiato, l’immaginazione mi porta via
Sono ancora io che mi riempio di ricordi
Anche la notte un po’ alla volta va per la sua strada e io
Divento il più triste canto d’addio.

L'annientamento in versi di Ajuman si fa grido collettivo:

A voi, ragazze isolate del secolo
condottiere silenziose, sconosciute alla gente
voi, sulle cui labbra è morto il sorriso,
voi che siete senza voce in un angolo sperduto, piegate in due,
cariche dei ricordi, nascosti nel mucchio dei rimpianti
se tra i ricordi vedete il sorriso
ditelo:
Non avete più voglia di aprire le labbra,
ma magari tra le nostre lacrime e urla
ogni tanto facevate apparire
la parola meno limpida.

Sono imprigionata in questo angolo
Piena di malinconia e di dispiacere.

Le mie ali sono chiuse e non posso volare.

Sensuale e acuminata è anche la voce poetica di Bahar Saied, costretta all'esilio in Europa. Tra i versi dirompente è la presenza del corpo, graffi sulla carne che la poetessa si procura sacrificandosi all'altare d'Amore: "Il nome del mio amante è scritto sul mio corpo".

I suoi versi sembrano affiorare da un passato ancestrale portando con sè la tenue luce della sensorialità:

He kissed me once and stole my lips 

and robbed me from sleep 

I am scared if he touches my body

my patience will be invaded.

I have come to you to taste your body 

my lips fall on yours, tasting your mouth

with my fingers I tear off your shirt

I taste the nakedness of your chest.

I am inhaling the perfume of your breath

and touching your body with my breast

tasting the burning of your body on mine.


Come and carve me, my body is yours

carve me in your heart in the night of dreams 

come and carve me until morning 

with beautiful touch and kiss.

I love the buttons on your collar

which ask me to open them

and throw myself on you.

Scrivere non è solo ribellione, scrivere è esistere. La lotta delle condottiere silenziose è incominciata ancora una volta. Non taceranno.

[Fonti: Ines Scarparolo e Cristina Contilli, in “memoria di Nadia Anjuman Herawi”, Edizioni Carte e Penna, 2006; https://pentransmissions.com/2014/06/19/the-erotic-and-revolutionary-poetry-of-afghanistan/]

Commenti Scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

Articoli Recenti

Più visti

x