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"Cara Pace", Lisa Ginzburg racconta il romanzo finalista al Premio Strega

L'autrice al Giornale d'Italia: "La mia protagonista ripensa l'infanzia e schiude infine il guscio del suo 'carapace' attraverso un dialogo interiore prima che narrativo"

Di J. Muller

06 Aprile 2021

"Cara Pace",  Lisa Ginzburg racconta il romanzo finalista al Premio Strega

Pierre-Auguste Renoir - Due ragazze leggono in giardino, 1890 (Fonte: Pinterest)

"Cara pace", romanzo edito da Ponte alle Grazie, raccontato dall'autrice Lisa Ginzburg

Maddalena e Nina sono "l’una per l’altra sponde, argini al caos", "sorella sole sorella luna", un'armonia di contraddizioni che trova i suoi punti focali nell'insostenibile leggerezza dell'una, nel bisogno spasmodico di sicurezza dell'altra. Un equilibrio statico in bilico tra il vuoto dell'assenza e il pieno dei ricordi. Il loro patto è un "carapace", impenetrabile per il resto del mondo, inespugnabile perché fin da piccole si sono create quel guscio ermetico per sopravvivere a "quel pasticcio" che non avevano scelto di vivere: "Lo abbiamo chiesto noi di stare così sole, non trovarci tutti insieme la sera per cena, non avere i pranzi la domenica o le vacanze d’estate in famiglia, come tutti gli altri ? eh, dimmi? per favore Maddi, davvero, dimmelo tu, perché io non lo capisco". Non lo capisce nemmeno Maddalena, ma lei ha deciso per se stessa che deve impersonare il ruolo della "maggiore", di chi deve mostrarsi più forte per non far soccombere l'altra, finendo per trovare la forza proprio in quell'imposizione nata dall'assoluto amore, così:
"Avessi seguito il mio impulso sarei scesa nel letto di sotto a sdraiarmi accanto a Nina; ci saremmo addormentate insieme, sassi cullati dallo stesso incerto sciabordare d’acqua. Invece restavo immobile [...] Una fortezza non si sposta; allineata, immobile, solo così sarei stata in grado di sostenere sia Nina che me stessa".

Sono prospicienti Nina e Maddalena nell'affrontare la vita, perché hanno imparato a compensarsi. “Nina che spezza, incrina, rovina – non sedimenta mai" e dall'altra parte Maddalena, che costruisce di continuo le autodifese che le sono vitali. Nina che corre senza mai fermarsi, perchè lo sport è un pò come la vita. Maddalena che combatte con l'asma, con l'inadeguatezza di un corpo che non è quello della bellissima Gloria (la madre) e della sensuale Nina. 
Maddalena che ha un buon matrimonio, dei figli, una vita borghese a Parigi e un'unica amica estetista che le ricorda la sorella. Nina che ha una storia con un gallerista, che le fa scenate di gelosia perchè lei è una seduttrice. Nina che dice addio facilmente, che ricerca sempre "nuove passeggere sicurezze". 

La distanza geografica che le separa è al contempo una calamita, tanto che gli anni romani della fanciullezza ritornano come una nenia soffiata dal vento per entrambe, come " un pensiero distinto dal corpo trasmesso all'anima, senza passare per nessun punto intermedio", perchè, la scrittrice ce lo insegna, "il cielo ospita molte più cose di quel che può assorbirne la terra".

L'intervista con la scrittrice Lisa Ginzburg: l'abissale poesia dei legami interiori

VIDEO-Lisa Ginzburg racconta "Cara Pace"

Il titolo del volume gioca sul termine "carapace", il che indica le difese che ci costruiamo nella vita, che possono essere dei gusci ma anche dei muri, degli ostacoli. Questa ambivalenza caratterizza anche le protagoniste: Nina e Maddalena, due facce della stessa medaglia e frutto della medesima sofferenza.  Non possono esistere se non insieme e questo sembra vero anche per la scrittura perché l'io narrante di Maddalena esiste anche grazie a Nina, che é un po' il suo specchio deformato. E' corretto?

Penso di si, nel senso che senza Nina nulla sarebbe stato raccontabile: questa sorella minore è la depositaria di una certa sfrenatezza, di un autolegittimarsi sempre a esprimere i propri sentimenti, laddove Maddalena è il contenimento e l'autocontrollo. Certamente senza quell'elemento anche un pò troppo abitato da tante "correnti" , senza la sfrenatezza, l'immediatezza di questa materia incandescente che può essere l'infanzia e l'adolescenza ferita non ci sarebbe stato racconto. 


"Le geografie sono scelte inamovibili per me, per Nina transiti provvisori, ipotesi pronte a sovvertirsi in altri approdi, nuove passeggere sicurezze". Le geografie lontane nel romanzo rappresentano l'infanzia, così l'Argentina per Gloria e Roma per Nina e Maddalena. Gloria e Maddalena affrontano un percorso di accettazione a ritroso: in quei luoghi essi infine ritrovano il loro germe autentico, rinascono ancora. Quanto è importante colmare questa distanza con l'infanzia, cosa possiamo imparare da essa?

Sono convinta che i luoghi contino molto, siamo persone non direi diverse in ogni luogo ma sicuramente diversificate. I luoghi esercitano un potere su di noi e anche sul nostro modo di guardare al passato. Quando succede di partire, di auto esiliarsi, di emigrare, o comunque di cambiare scenario nella vita adulta rispetto alla vita infantile c'è un processo di ricostruzione mentale alterato dalla distanza, perchè essa crea questo spazio geografico vuoto dove da un lato si può mitizzare il passato dall'altro ci si può permettere la libertà di dimenticarlo, e quindi si hanno dei margini di manovra molto diversi rispetto a quando si rimane sempre negli stessi luoghi. Penso che sia molto importante ripensare e rielaborare l'infanzia e penso che debba esserci una fase in cui a ciascuno sia chiaro il ruolo che ricoprivamo, quello che avevamo in famiglia, con il mondo esterno, con noi stessi.  Direi che a un certo punto è importante anche metabolizzarla, non può essere un lavorio interiore che duri all'infinto perchè sennò si rischia o di non crescere mai o comunque di sfalsare dei piani. 
A Maddalena succede un'urgenza di ripensamento e c'è tanta materiale da riconsiderare. Sicuramente la "liberazione" e la frattura del guscio del carapace deve necessariamente comportare una lunga fase di rielaborazione, di rinnarrazione.
Ancor prima di essere voce narrante di un romanzo questa donna parla anche a sè, al bisogno di ricostruire tutti i fatti attraverso un dialogo interiore prima che narrativo.

Quanto c'è del suo vissuto personale all'interno della voce narrante, e quindi in Maddalena?

Penso un pò di aver svolto un ruolo di falsa saggezza quando ero più piccola nella mia personale vita familiare. Mi è successo in alcune circostanze di sentire un elemento poroso: attorno a me succedevano delle cose anche tristi e c'era in me questo grado di ipersensibilità, come un pò accade a chi da grande fa lo scrittore, per cui tante correnti mi arrivavano addosso e avevo difficoltà a liberarmi da tante energie che sentivo intorno a me. Quindi è una sensazione infantile che ricordo e che associo anche a un certo senso di solitudine, nel senso che un ragazzino che fa così è anche qualcuno che si mette un pò fuori, guarda le cose, se le mette sulle spalle, le sente ma se ne lascia anche un pò invadere facendo molta fatica a diventare se stesso.
E' un tipo di contesto che mi abitava anche se  non c'è niente di autobiografico: Maddalena nasce sicuramente da una proiezione di me e da questa attitudine nel sentire e nel prendersi carico facendosi anche un pò opprimere.

Il rapporto tra Nina e Maddalena è anche espressione della coppia che può vivere solo negli opposti.

Si, il rapporto tra Nina e Maddalena ha per certi aspetti una dinamica di coppia anche asfittico. Ho immaginato queste case dell'infanzia dove infondo entra poca aria, entra poco il mondo esterno. Sono un pò isolate nella loro anomalia queste ragazzine. Quindi c'è un elemento frontale di intimità anche eccessiva e forse l'analogia con la coppia è nell'idea di ruoli che si inibiscono e si definiscono a vicenda. Nina può essere così sfrenata e prevaricatrice perché da qualche parte anche lei si sente oppressa dalla misura e dalla morigeratezza della sorella, quindi anche lì là necessità di rompere gli schemi esagerando una parte di sè perchè la natura dell'altro ci limita. Questo è qualcosa che nelle coppie disfunzionali penso possa succedere. Si scatena qualcosa da pièce teatrale dove ognuno deve essere se stesso molto di più di quanto vorrebbe perchè sente di dover  fronteggiare l'altro. Il rischio è un pò quello di perdersi di vista e di perdere di vista la libertà delle relazioni, che comunque cercano aria. 

Il ritorno all'autenticità dei legami familiari, al focolare e anche a figure femminili di madri e figlie è una costante nei titoli che quest'anno concorrono al Premio Strega. Secondo lei quanto il periodo storico che stiamo vivendo inciderà su questi legami?

Sembra difficile prevedere. Penso che ci troviamo in una situazione veramente pesante anche dal punto di vista dei legami familiari che sono esasperati da questa prossimità obbligata. D'altra parte ci stiamo conoscendo tutti più in profondità e questo è forse qualcosa che Cara Pace, scritto prima della pandemia, raccontava già: una maggiore centralità degli affetti e dei sentimenti più immediati che legano i membri di una famiglia come qualcosa di più centrale rispetto alle strutture.  Penso che questa lunga fase chiusi nelle case e questa enfasi sul focolare domestico stia invece portando al suo contrario, ovvero che sentiamo molto più la forza intima dei nostri legami che non il riquadro familiare classico. Quindi una esasperazione della convivenza che mette in luce tutto ciò che non a che fare con la convivenza. L'essere nella stessa casa o essere fisicamente vicini delle volte conta poco rispetto alla vera e nuda intimità ed essenza di un rapporto.

Lisa Ginzburg, scrittrice, traduttrice e filosofa, figlia di Carlo Ginzburg e nipote di Natalia Levi, già autrice di Desiderava la bufera e la raccolta di racconti Colpi d’ala.

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