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Covid-19, come cambia la percezione della morte

Solitudine del morente, mancanza dell'urna, paura del contagio: il sentimento della morte e le sue rappresentazioni in pandemia

Di J. Muller

02 Aprile 2021

Covid-19, come cambia la percezione della morte

(fonte:pixabay)

Oggi si celebra il venerdì santo, giorno della via crucis e della Passione che tutti gli anni porta inevitabilmente con sè una riflessione sulla condizione umana, sulla sofferenza, sulla precarietà. In particolar modo quest'anno la pandemia ci costringe ancora una volta ad affrontare questo tema in maniera profonda e urgente. 

Sfiancata, logorata, relegata ai margini di una società che demolisce "lo scarto", la Morte è viva presenza solo nella solitudine di chi l’affronta. Un sentimento intrinsecamente umano come quello della fine dell’esistenza ha sùbito continue e quasi impercettibili scosse, le quali hanno portato a trasformazioni decisive: la percezione della fine dell'esistenza è specchio perfetto dell’autorappresentazione dell’uomo e dei mutamenti sociali che lo hanno caratterizzato. Sintetizziamo di seguito i principali mutamenti che sono avvenuti nel corso dei secoli: 

Lo spettacolo funebre, i combattimenti tra angeli e diavoli intorno al capezzale dei moribondi, il predominio del macabro, l’ossessione per il memento mori, il culto dei cimiteri e le Ars moriendi trionfano nell’Autunno del Medioevo, quando l’uomo scopre, dopo essere stato per millenni ‘padrone’ della sua fine (come effigiato nella fiducia mistica verso il destino dell’ultimo consapevole istante del cavaliere della Chanson de Geste) l’acme della sua individualizzazione: la Morte di Sè.

A partire dal XVIII, come sostenuto da Philippe Ariès, trionfa invece la Morte romantica dell’Altro, con la quale Thanatos ed Eros si intrecciano, ponendosi come rottura, eccezione, quasi trasgressione alla vita. Oggi assistiamo al grande rifiuto della morte, alla dissimulazione della verità anche nei confronti del morente, non più capace di pronunciare come Tristano: ‘Vedo e so che la mia fine è arrivata’.

La pandemia ci ha costretto ad affrontare quello che Gòrer, nella sua provocatoria Pornografia della Morte, definisce "l'ultimo tabù": le bare trasportare nei mezzi dell’esercito e poi ammassate nei centri crematori, le stanze negli ospedali pieni degli oggetti dei defunti che ritardano ad essere consegnate alle famiglie, le fosse comuni di Hart Island, la piccola isola vicina al Bronx dove già venivano sepolti le vittime di Spagnola e di AIDS negli anni ‘80, un cimitero galleggiante di corpi che nessuno reclama e di fosse comuni scavate dai detenuti sono immagini ancora impresse nelle nostre menti.

In più, tragedia nelle tragedie, con la pandemia non è stato possibile per chi moriva nelle trincee degli ospedali, salutare i propri cari, racchiusi a loro volta in un lutto impossibile.  La morte lontana e reclusa dell’homo clausus è stata delineata già perfettamente da Norbert Elias nella sua celebre Solitudine del morente, dove a una tradizione pubblica e comunitaria lo studioso contrappone una moderna privatizzazione e individualizzazione, che spinge il moribondo nel baratro dell’autorappresentazione e dell’isolamento. 

Evidente che la prima cosa a cambiare e senz'altro il luogo deputato alla morte. Philipp Ariès individua fra il 1930 e il 1950 l’arco cronologico di svolta che decreta il repentino passaggio dall’immagine del morente che spira in casa circondato dai familiari, presiedendo un vero e proprio rituale, alla moderna morte negli ospedali, che assume le caratteristiche di un ‘fenomeno tecnico ottenuto con l’interruzione delle cure’, quindi concentrato più sul personale medico che sul moribondo.
Perire negli ospedali è generalmente considerato un atto ‘più decente’, che allontana l’orrore da chi si lascia, tutela a maggior ragione necessaria poiché ‘i sopravvissuti accettano con più difficoltà di un tempo la morte dell’altro’.
Ma gli ospedali, ‘asilo dei miserabili e dei pellegrini’, sono un luogo deputato alla guarigione, missione di ogni medico. Il decesso di un paziente può provocare nel personale sanitario, che rischia di interpretare l’evento come un “errore” operativo, una forte frustrazione.

Secondo elemento è l'impossibilità dell'addio. E' scritto della Carta dei Diritti del Morente che "chi muore ha diritto alla vicinanza dei suoi cari, a non morire nell’isolamento e in solitudine, a morire in pace e con dignità".  Intrinsecamente caratterizzante dello spettacolo del fine vita al quale abbiamo assistito invece è l’isolamento, la separazione definitiva dai propri cari, che coincide sempre di meno con la ‘poetica’ dell’ultimo istante, della separazione ritualizzata con la vita, ma piuttosto assume le sembianze di uno strappo improvviso che precede il decesso clinico e corporeo. Siamo davanti a una morte iper-igienista costretta a liberarsi delle scorie corporee, del ‘fallimento’ dell’umano.

Ripercorrendo i più recenti studi tanatologici l’esigenza sembra essere ancora la stessa: interrogarsi su cosa sia una ‘buona morte’, ripristinare un modello sociale del perire.  Norbert Elias scrive ‘i vivi considerano il morire e la morte come contagio e dunque pericolo, e quindi involontariamente si ritraggono’, ma nella realtà del contagio non può esserci una rimozione, perché nessuna rimozione può essere volontaria. 

Ci troviamo piuttosto nella costrizione di ritrarcene, un po’ come Orfeo, il quale, anche se gli si vieta di guardare il volto di Euridice, non può far altro che voltarsi. È un incontro quanto mai doloroso, che fa i conti con la nostra cultura logorata della morte e insieme ci costringe a concepirla con meno proibizionismo: se è vero che ‘una delle carenze delle società avanzate si palesa nell’isolamento prematuro, anche se non deliberato, cui sono condannati i morenti’, allora quando questo distacco, com’è accaduto con la pandemia, diviene atto deliberato non si può far altro che notare con maggiore vigore la necessità di un riavvicinamento. Non conosciamo le parole che hanno coronato l’ultimo istante di chi da quegli ospedali non è uscito più, ma è proprio questa assenza assordante che invita tutti noi a una riflessione profonda sull’ essenza dell’umano e quindi della sua fine. Siamo così chiamati a guardare la Nera Mietitrice negli occhi e a porci un interrogativo cruciale: in cosa consiste “una buona morte” per la nostra società?

Dovremmo necessariamente partire dai grandi temi delle cure palliative e dell’eutanasia ma anche dalla creazione di una nuova simbolizzazione laica del lutto. Dobbiamo perseguire la verità, non negando, o voltandoci dall’altra parte, ma rendendo la perdita presenza, conducendo Euridice metaforicamente fuori dalle tenebre, per renderci conto, un po’ come l’Orfeo di Pavese, che ‘cercavamo piangendo non più lei ma noi stessi’

Fonti: Ariès P. (1974), Storia della morte in occidente, Torino, BUR; Elias N. (2019), La solitudine del morente, Bologna, il Mulino; Morin E. (2002), L’uomo e la morte, Roma, Meltemi; Pavese C. (2014), Dialoghi con Leucò, Torino, Einaudi

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