Domenica, 11 Aprile 2021

"La libertà al singolare esiste solo nelle libertà al plurale"
Benedetto Croce

L'archivio de "Il Giornale d'Italia": Benedetto Croce su Leonardo Da Vinci

Leonardo Da Vinci era un filosofo? Benedetto Croce sulle colonne de Il Giornale d'Italia del 5 aprile 1906

Di J. Muller

17 Marzo 2021

Leonardo

Leonardo Da Vinci, (dettaglio) da Vergine delle Rocce , 1483-1485, Parigi, Louvre

Tra immagine e parola: Leonardo Da Vinci era un filosofo? Un dibattito non ancora concluso

L'estratto riportato su Il Giornale d'Italia il 5 aprile 1906, è la testimonianza di un' importante conferenza tenuta da Benedetto Croce circa un dibattito molto sentito nel panorama filosofico del tempo. Si trattava se considerare o meno il grande genio Leonardo Da Vinci come un filosofo, ovvero se il pensiero "sistemico" dell'artista potesse essere studiato
alla stregua di un compiuto pensiero filosofico.

Il punto di vista di Croce è molto più netto rispetto a quello di Giovanni Gentile, che aveva definito Leonardo come un grande "pensatore":

                    Patrimonio dell'Archivio Storico,  in "Miscellanea di scritti concernenti B. Croce", guarda qui 

 "La filosofia non consiste nella scienza naturale, come non consiste nella storia, nell'arte, nella matematica, nella moralità.
La filosofia si travaglia intorno alla difficile conquista della coscienza esatta di quelle varie funzioni. Ora Leonardo non sale a siffatta coscienza: egli non appartiene alla tradizione della speculazione filosofica, che dai grandi pensatori ellenici, attraverso il cristianesimo e la scolastica raggiunge il Cusano e il Bruno, e poi Cartesio e Kant; ma alla tradizione dei fisici e naturalisti, di Archimede, d'Ippocrate, di Galileo e di Newton. La filosofia invita l'uomo a ripiegarsi su sè stesso, a ricercare il proprio mondo interno, ma Leonardo non brama e non vede altro che il mondo esterno", si legge sulle colonne del quotidiano.

Croce eleva quindi Leonardo da pittore a scienziato, descrivendolo però come un empirico che non si pone le grandi questione filosofiche. Leonardo non fu mai un filosofo, tanto che egli stesso affermò di non essere "homo de lettere".

Eppure, come dimostra il dibattito sorto ormai più di un secolo fa, il pensiero dell'artista vinciano non si esaurisce nel semplice lavoro di bottega. Il suo pensiero è contenuto in diversi "codici" e un gruppo importante di testi sulla pittura, l’ottica e la prospettiva  raccolti, dopo la morte dell'artista, nel Libro di pittura (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, cod. Vaticano Urbinate lat. 1270, 1540 ca.), testimonianza di un Leonardo, verrebbe da dire "teorico della luce".

Leonardo da Vinci - A study of the fall of light on a face, c.1488, Foglio 12604 della Raccolta di Windsor

La prima parte, nota come "Paragone," contiene un serrato confronto tra le diverse arti umane, tra quelle della parola (la poesia, la storia e giustappunto la filosofia), quelle dell'immagine (ovvero la scultura e la pittura) e infine quelle del suono ( la musica). 

Per l'artista il primato tra queste arti spetta proprio alla poesia e alla pittura. Quest'ultima inoltre è ancora superiore perchè essa rappresenta direttamente le "opere di natura", mentre le lettere "passano per la umana lingua".  Quindi la pittura, grazie all'immediatezza e all'universalità del suo messaggio, è prima per capacità di "figurare" il reale. 
Per Leonardo la pittura è dunque una scienza che passa per un attento studio della natura e dell'anatomia, come Benedetto Croce sottolinea nella sua conferenza. 

Certo, Leonardo è uno "scrutatore" del mondo esterno, e forse proprio la spasmodica attenzione verso di esso lo porta a porsi questioni che un filosofo, come egli stesso scrive, non accetterebbe, come l'importanza capillare del colore "bianco" sulla tavolozza di un pittore intento a tradurre il reale:

"De' semplici colori il primo è il bianco, benché i filosofi non accettano né il bianco né il nero nel numero de' colori, perché l'uno è causa de' colori, l'altro è privatione. Ma perché il pittore non può far senza questi, noi li metteremo nel numero degli altri, e diremo il bianco in questo ordine essere il primo nei semplici, il giallo il secondo, il verde il terzo, l'azzurro il quarto, il rosso il quinto, il nero il sesto: ed il bianco metteremo per la luce senza la quale nissun colore veder si può, ed il giallo per la terra, il verde per l'acqua, l'azzurro per l'aria, ed il rosso per il fuoco, ed il nero per le tenebre che stan sopra l'elemento del fuoco, perché non v'è materia o grossezza doue i raggi del sole habiano à penetrare e percuotere, e per conseguenza alluminare"

(Leonardo, Trattato della pittura, cap. CLXI)

Come sottolineò Argan ( Storia dell'arte italiana, Sansoni, Firenze, 1978, vol.3, pp. 20–22), più vicino  a una fenomenologia di tipo esistenzialista, in Leonardo "tutto è immanenza. L'esperienza della realtà deve essere diretta, non pregiudicata da alcuna certezza a priori: non l'autorità del dogma e delle scritture, non la logica dei sistemi filosofici, non la perfezione degli antichi. Ma la realtà è immensa, possiamo coglierla solo nei fenomeni particolari [...] e il fenomeno vale quando, nel particolare, manifesta la totalità del reale"

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