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Alessandro Baricco e la "pandemia come creatura mitica": una breve riflessione

"Quel che stavamo cercando" è un micro saggio composto da 33 frammenti divisi in 6 sezioni, con il quale lo scrittore analizza la costruzione sociale alla base della pandemia da Coronavirus

Di J. Muller

15 Marzo 2021

Alessandro Baricco e la "pandemia come creatura mitica": una breve riflessione

William-Adolphe Bouguereau, Ninfe con Satiro, 1873, Clark Art Institute, Williamstown (Massachusetts)

Alessandro Baricco nel suo nuovo volume " Quello che stavamo cercando" , edito da Feltrinelli, si interroga sul significato profondo della pandemia. Lo scrittore sposa una visione altamente "autopoietica" delle vicende umane e della storia:
"Jung ricorda di aver previsto l'ascesa di Hitler semplicemente ascoltando i sogni dei suoi pazienti negli anni immediatamente precedenti al nazismo. Stava cercando di spiegare che spesso la Storia non è che la traduzione in evento di certe pulsioni dell'inconscio collettivo" (p.12), ecco perchè anche la pandemia da Covid-19 è "molto più complessa di un evento sanitario, rappresenta piuttosto una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno spinto nella stessa direzione", e ancora: "Possiamo anche scegliere di considerarla, per opportunismo, come una semplice emergenza sanitaria, ma come non capire invece che è un urlo?" (p.22)

Ma quali sarebbero queste "pulsioni" che ci hanno portato fin qui? Cosa stiamo "urlando"? 

Lo scrittore non ci sta dicendo che abbiamo "desiderato" la pandemia, ma in un certo senso, che l'abbiamo evocata attraverso un progresso che faticava a costituirsi realmente come tale, anche a causa di uno scontro tra "mondo vecchio e mondo nuovo" fatto di categorie "usurate" che non trovavano una compiuta sintesi: 

" Era difficile dirci in modo più inequivocabile che siamo andati lunghi nella nostra tecnica di dominio dell'esistente, ostinandoci in un'infinita creazione che ha generato una sorta di rigetto nei tessuti del creato. C'è un equilibrio che non abbiamo mai trovato e che forse addirittura non c'è. E' infantile pensare che abbiamo devastato un paradiso, ma è urgente capire che abbiamo creato senza armonia[...]. Sarebbe tragico considerare un castigo la malattia che uccide, ma sarà imperdonabile pensare, da ora in poi, che una sorta di immunità ci tiene al riparo dalle conseguenze di ciò che facciamo. Così, nelle corsie in cui si moriva soli senza sapere di cose, noi abbiamo disegnato la sintesi mitica di un nostro possibile destino, per costringerci a guardarlo, a temerlo, a dirlo, forse a fermarlo" (p.31)

Pan, molto amato dagli scrittori del romanticismo, nella mitologia greca è un dio potente e selvaggio, raffigurato con gambe e corna caprine, zampe irsute e zoccoli, mentre il busto è umano, il volto barbuto e dall'espressione terribile. Vaga per i boschi, spesso per inseguire le ninfe, mentre suona e danza.

Il saggio di Baricco mi ha portato alla mente la complessa e affascinante mito-psicologia di James Hillman, celebre psicologo junghiano, secondo il quale ogni figura mitica corrisponderebbe a un'archetipo che alberga nella psiche.

Pan è certamente il dio del Disturbo di Panico, della paura della paura, della sensazione incontrollabile di aver perso il contatto con la realtà. Il richiamo di Pan è totalizzante, traducile con il richiamo della natura, con la globale necessità di ritornare al "bios": ecco "l'urlo" di cui parlava Barrico. L'essere biologico fa irruzione nella mente paranoica e nel suo costante tentativo di dominare, comprendere, circoscrivere l'esistente. 

A questo proposito Hillman racconta un aneddoto pregnante tratto da una seduta con un paranoico.

Il paziente è convinto di essere deceduto e ripete incessantemente all'analista "io sono morto". il medico attinge a tutte le categorie logiche per dimostrare l'assurdità di una tale affermazione: "come può un morto parlare e quindi pronunciare di essere morto?", tuttavia il paziente non si convince. Allora il medico cerca di convincerlo con una dimostrazione empirica, così gli chiede: "I morti sanguinano?".

"Ma no dottore che assurdità. Tutti sanno che i morti non sanguinano", risponde il paziente. Così il medico, spazientito, punge con un ago il dito del paziente che incomincia a sanguinare. Tuttavia anche davanti a questa evidenza, il paziente risponde ostinato: "Chi l'avrebbe detto Dottore, anche i morti sanguinano!". 

Da questa prospettiva, la paranoia, per usare le parole dello stesso Hillman, può essere considerata “una realtà noetica dentro la quale il paziente è fissato e che conferisce significato a tutti gli altri eventi”.

Dunque una sorta di sovrastruttura del reale, che per l'appunto del reale non tiene conto.  La sensazione è che, in un mondo non solo già largamente nevrotico ( "dobbiamo continuare a lavarci le mani come fa Lady Macbeth"), ma altresì paranoico,
abituato a sentirsi minacciato da tutto quello che viene considerato "Altro", il mito della pandemia e dell'incontrollabilità della natura, della "sozzura" del nostro essere "biologico", si pone quasi come contro-altare al mito del progresso.
Abbiamo evocato Pan per quanto ora cerchiamo attraverso una crescente ansia igienista e un disciplinato distanziamento a ricacciarlo da dove è venuto. Come direbbe Hillman, e forse anche Barricco, non possiamo distruggere Pan.
Ricordiamo che nella mitologia greca il satiro era al tempo stesso distruttore e preservatore: dobbiamo imparare ad ascoltarlo, comprenderlo, convivere con lui che, dopotutto, da sempre è in noi.

(Fonte: Alessandro Baricco, "Quel che stavamo cercando", Feltrinelli, 2021)

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