20 Febbraio 2026
La propaganda di regime non conosce limiti né di decenza né di colore politico: dopo sei anni si celebra, si festeggia “il primo malato di Covid” e le istituzioni tutte, che da quel giorno e per sempre le sbagliarono tutte, che si macchiarono di errori, omissioni, fino ad autentici crimini, si esaltano al ricordo: se la cantano e se la suonano: siamo stati stoici, eroici, abbiamo salvato il Paese, se non era per noi. Salvato non si direbbe, più chiudevano e vaccinavano e più la pandemia chissà come mai si dispiegava. Ma tutti eroi, le infermiere da Dubai come le istituzioni inadeguate, i medici fatti cavalieri da Mattarella e quelli finiti intubati, “adesso so cosa prova un paziente”. Sicuro? Non si direbbe data la propaganda insistita, senza limiti, senza verità. E dopo sei anni ancora giù come ogni 20 febbraio con le bare, con le camionette come in Venezuela, c'era da tenere tutti chiusi, isolati, terrorizzati con la scusa degli ospedali che se no si gonfiavano. E si gonfiavano infatti, ma per le bestialità non così innocenti del potere: “Mandare segnali positivi no, dobbiamo terrorizzarli” come diceva l'allora ministro della salute, uno che nel suo orizzonte di vita aveva la rigenerazione della sinistra per via repressiva, essendo spaventato per diretta ammissione “anche dal traffico delle macchine”.
Nessuna serietà, nessun senso di responsabilità allora e nessuno oggi, con un governo diverso, con un ministro diverso, ma nello stesso segno della propaganda televisiva e giornalistica, della continuità nella menzogna. A che serve una giornata del malato di Covid? A eludere come sempre le responsabilità, a non fare i conti con se stessi, unici al mondo. Ho assistito ad uno stralcio di audizione in commissione Covid di una burocrate, la responsabile della farmacovigilanza dell'Aifa, Laura Sottosanti: più l'onorevole Bagnai e il senatore Malan la mettevano alle strette chiedendo conto di certi comportamenti, di precise incongruenze e più quella si arrampicava sui vetri con certe supercazzole che il conte Mascetti non avrebbe saputo eguagliare. Ma con disinvoltura, senza imbarazzo, quasi compiaciuta in quell'astuzia penosa, tipica italiana, d'imbrogliare tutto, di mandar tutto in vacca a furia di balbettii, di “non so, non ricordo”, “non è fascile adesso ricostruire”.
Ricostruire la catena degli errori e delle omissioni sarebbe anche “fascile” : noi malati di cancro mandavamo le segnalazioni e l'Aifa le cestinava. Ma concediamo che non lo sia: facilissima invece ancora a distanza di sei anni la propensione a mentire, a confondere, diffondere il falsissimo, come il podcast di Fabrizio Corona, diventato un curioso ibrido fra Kant e Garibaldi. Più passa il tempo e più la lingua di legno batte e più la verità menzognera si deposita. Come mi confidava, sconsolato, un commissario Covid: “Temo che non sarà facile riuscire a incidere. Siamo arrivati dopo un anno e mezzo ad affrontare i veri nodi del problema e il tempo scorre”. Le cose stanno così e chi deve saperlo lo sa, ogni commemorazione indecente, ogni celebrazione serve a far scorrere l'oblio nel letto del tempo. Solo adesso si comincia a parlare dei malati, ma è già chiaro, è stato chiaro da subito che il loro destino era segnato due volte, che per quanti sforzi certi commissari, non tutti, ci mettano, quei malati, quei morti sono corpi a perdere. Concludeva l'osceno servizio celebrativo dei telegiornali di Stato: “Sei anni dopo, sembra un'altra epoca”. Una fandonia avvolta in una menzogna: forse per chi ha interesse a dimenticare sì, ma per chi ci sta passando come ammalato, come vittima di vaccini venefici, ogni giorno è lo stesso giorno, non ci sono ricorrenze, solo dolore da scontare, lutti e traumi e sofferenze che non passano, che ricominciano da capo, che rivivono ogni giorno, ogni maledetto giorno.
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