Venerdì, 20 Febbraio 2026

Seguici su

"La libertà innanzi tutto e sopra tutto"
Benedetto Croce «Il Giornale d'Italia» (10 agosto 1943)

Sei anni fa gli italiani scoprirono che la loro democrazia era di pezza e chi li governava autocrati pronti alla repressione

Un trauma che non può passare anche se fanno di tutto. Per questo giro con un monologo di memoria e di accusa.

29 Dicembre 2025

Schiavi in tour memoria

Ad ogni fine d'anno si rinnova il trauma. Ad ogni fine d'anno gli italiani rivivono il panico di scoprire che la loro repubblica, la loro democrazia era tutt'altro che solida, tutt'altro che leale; che bastava un microbo a travolgerla, a rivelarne il volto orrendo di megera autoritaria, repressiva. Ad ogni fine d'anno riscopriamo la nostra malinconia di vivere come quei deportati che tornano, salvati non sommersi, ma come morti dentro: spenta è la gioia, fiaccata la voglia di fare, di sperare, di scommettere sul destino. Fummo piagati nell'anima, umiliati, terrorizzati e quella paura non potrà passare. Eravamo noi contro di noi, ci scoprimmo odiati, manipolati, divisi nelle stesse famiglie: perdemmo amici, amori, lavori, rispetto per noi stessi e per chi ci stava a fianco. I compagni di una vita, in un attimo spie o nemici. Nessuno capiva cosa stava succedendo, nessuno si orientava, nessuno riusciva a respirare. Ad ogni fine d'anno riascoltiamo gli artefici di quel sordido orrore dissociarsi da loro stessi, “non ero d'accordo”, “l'avevo detto che non andava fatto”, ma a chi se a comandare erano loro? Rispondevano ad altri poteri, superiori, invalicabili poteri? A quale dittatura, a quale nebulosa? Ad ogni fine d'anno ci scopriamo più disperati di allora ricordando gli insulti degli infami: “Come vorrei vedervi ridurvi a una poltiglia verde che vi mangia gli organi”, “come vorrei vedervi morire come mosche mentre mi ubriaco”, la feccia di chi malediva a tariffa, i buffoni come i medici, i politici come i giornalisti, i propagandisti non meno dei sanitari che insultavano i malati, i morti, che minacciavano i non allineati, i dubbiosi con toni nazisti, “venite qui a curarvi e vedrete cosa vi aspetta”, “vi metteremo nei treni, vi deporteremo”, “vi spaccherò le vene a forza di bucarle fingendo di non trovarvele”. Ogni giorno così da quella fine di quell'anno in cui tutti scoprimmo di essere non cittadini ma plebe, non individui ma carne da esperimento, non sicuri dei nostri diritti ma prede: mettevano la Costituzione in un cassetto, la sacra Costituzione dalla bandiera logora a forza di farla sventolare: poi avrebbero chiamato un giullare a un festival di giullari per annunciare riesumazione di quello straccio ormai violato, sbrindellato. Sotto l'occhio gelido, da burocrate sovietico, del vero padrone del Paese,che glaciale soffiava: “Non si invochi la libertà...”.

Più deboli e più soli: non potevamo credere all'odio demoniaco che ci bersagliava, ci davano dei novax anche dopo i nostri cancri vaccinali; lo fanno ancora, lo fanno con me che non sono ancora morto e ho deciso, per il tempo che resta, di ricordare quando tutti si sforzano di smemorare: lo faccio con un monologo teatrale che, fra difficoltà e rappresaglie che potete immaginare, ma forse non del tutto, porto in giro per l'Italia: parlo di me, della mia parabola di uomo, di cittadino, di professionista dell'informazione che attraversando il calvario di un cancro perde ogni certezza e si ritrova albero spoglio, niente più gemme né foglie. Parlo di me per parlare di voi, di noi, a migliaia. Decine, centinaia di migliaia sempre più ammalati e sconfitti. La parte centrale è proprio quella dove leggo i messaggi degli infami: allora, nel buio della platea, posso sentire le lacrime scendere. L'ultima volta mi ha detto un amico caro, venuto a vedermi ad Ancona: se avevi deciso di farmi stare male, sappi che ci sei riuscito. Sì, lo avevo deciso, l'ho voluto, l'ho sperato, ho concepito, cresciuto, sofferto questo lavoro teatrale proprio per un motivo: perché non sono io a ferire, io riporto alla consapevolezza del ricordo le ferite che abbiamo dentro e non guariranno mai. Vorrei girare in eterno solo per questa missione, io stesso, quando leggo tutta quella oscena meschinità, fatico a credere che è stato tutto vero, che è ancora vero. Perché non si sono calmati. Perché nessuno ha chiesto perdono. Perché ancora continuano ad insultare i morti, i malati cronici. Perché io stesso non smetto di ricevere auguri di crepare. Perché ho perso Dio solo sa quanti compagni di dolore e non smetto di piangere nuove morti. Due messaggi, solo due, tra i più recenti: “Ne uscirò, amo troppo la vita”: e Dorotea non c'è più. “Urla anche a nome di mia sorella volata via”, mi chiede Silvy, che non conosco ma è una tra le innumerevoli a rivolgermi la stessa disperata preghiera. Così chiudo quella sezione che torna a squarciare le ferite dei ricordi: Seicento infarti al giorno. Cinquanta morti improvvise al giorno. Tutte le forme di cancro esplose. Specie per i più giovani. Malattie autoimmuni inarginabili. Gente che si trascina come zombie. Quanta umanità è ammalata, distrutta, disperata, separata, perduta, morta, quanta ne dovrà morire ancora per questa ignobile farsa che voleva solo decimarci e c'è riuscita, voleva umiliarci come cittadini, cancellarci come esseri umani, schiacciarci come sorci per il gusto demoniaco di farlo, per esaltarsi alla propria malvagità? Ricattarci. Punirci. Costringerci. Mentirci. Rinchiuderci per rinchiuderci. Per non farci votare, respirare, vivere. Per amputarci della libertà, disabituarci a decidere. A scegliere. Ad assumerci le nostre responsabilità. Sapevano che era tutto inutile. Sapevano che era tutto criminale. Il male per il male, in adorazione del potere. I ragazzini morivano uccisi. I vecchi morivano torturati. Tutti piangevano. E nessuno paga. Non abbiamo più salute, più equilibrio, più amore. Alcolizzati, impazziti, terrorizzati. Non torneremo più quelli di prima. Nessuno potrà mai dimenticare l'orrore in cui ci hanno precipitato, da innocenti, da inermi. Ci picchiavano. Ci inseguivano. Ci schedevano. Ci hanno insegnato a odiarci. A spiarci. A ferirci. La fata democrazia di colpo trasformata nella dittatura più strega. Nessuno crede più a niente: alla scienza, alla politica, alla democrazia, alla realtà. Ogni allucinazione è lecita, ogni autodistruzione è facile ormai. Chi sta su questa carrozzina si sente dire assassino, miserabile, coglione! Minacciati per la nostra infermità, umiliati per avergli creduto. Ci hanno spezzato il gambo, siamo fiori recisi e ci sputano addosso. Siamo finiti in fondo al buco, e ci ridono addosso...

Quindi mi alzo a fatica dalla carrozzina ed esco di scena con un bastone. Non sto recitando.

Il Giornale d'Italia è anche su Whatsapp. Clicca qui per iscriversi al canale e rimanere sempre aggiornati.

Commenti Scrivi e lascia un commento

Condividi le tue opinioni su Il Giornale d'Italia

Caratteri rimanenti: 400

Articoli Recenti

x