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Bronzi di Riace, la pazza idea di restituirli alla Grecia

Le due statue sono forse i capolavori bronzei più significativi dell'arte greca. La politica delle restituzioni vale per i privati,  l’Italia, per i paesi africani, perchè non per la Grecia?

Di Davide Tedeschini

23 Agosto 2022

Se è  ridicolo che la Madonna Sistina di Raffaello stia a Dresda e che la Monna Lisa di Leonardo non stia a Firenze, che i Caravaggio russi non stiano a Roma, che Veronese, Tintoretto e Tiziano non stiano a Venezia; Se è deplorevole che  opere uniche, nate per stare lì dove sono state realizzate, spesso dietro l’altare di una chiesa o con un tessuto urbano con i quali formano un ‘unicum’: che senso culturale ha che stiano altrove? Quale quello estetico? Qual è lo scopo istituzionale? A dirla tutta sembra che a prevalere sia il mero potere politico-finanziario e nulla piú.

Se ultimamente le idee sovraniste, e che mirano quindi a difendere l’identità e la cultura di un Paese, non abbiano alimentato un minimo di dibattito su questi argomenti qualcosa non torna: ma della sovranitá nell'arte e nella cultura ne vogliamo parlare?  L’Inghilterra si guarda bene dal restituire i fregi del Partenone ad Atene, esposti al British di Londra, meno che mai Berlino ha mai lontanamente pensato di restituire l’Ara di Pergamo alla Turchia, ormai costituendo il permanente Pergamon Museum di Berlino, a cui accedono ogni anno 1 milione e mezzo di visitatori, in barba alla Turchia.

Allora anche l’Italia dovrebbe tenersi due bronzi realizzati in Grecia nel V secolo a.c.? Le due statue – rinvenute il 16 agosto 1972 nei pressi di Riace Marina, in provincia di Reggio Calabria – sono considerate tra i capolavori scultorei più significativi dell'arte greca e tra le testimonianze dirette dei grandi maestri scultori dell'età classica. Non esistono ancora elementi che permettano di attribuire con certezza le opere ad uno specifico scultore, forse due maestri di Argo o della vicina Atene, poiché la fusione  è avvenuta  in quei luoghi a cui si è risaliti analizzando la terra all'interno delle statue. Il problema della collocazione dell’opera -che spesso non ha niente a che vedere con gli usi e i costumi, le tradizioni del popolo in cui l’opera è esposta- contempla anche il caso in cui l’opera semplicemente non sta bene nel luogo in cui si trova, non ha niente a che vedere con quel posto: è quasi un insulto alla sensibilità culturale della società da cui proviene; ed è questa considerazione che viaggia su un binario parallelo a quello del concetto di ‘non-luogo’, che considera i Bronzi di Riace come minimo un tantino poco italiani come è poco francese la Monna Lisa di Leonardo; e non è per il desiderio che essa sia francese che autorizza uno stato a falsificarne l’identità, appropriandosene.

L’idea dominante è che le opere per far parte di musei, si sono spostate: è il 'museo' stesso che nella sua funzione di raccolta enciclopedica non fa altro che fagocitare  manufatti, alimentando quella che negli anni si era andata ad affermare come 'depredazione' di paesi piú poveri e che ha inizio nell’Ottocento con le scoperte eccezionali in Egitto e in medio oriente anche se la confusione nasce ancora prima: secondo questa visione anche una Madonna se di Michelangelo, non può che essere a Firenze o Roma ma non a Bruges!

Incredibilmente è stata proprio l'Unesco a iniziare con l'impedire di fare uscire patrimoni dai propri paesi: l'ultimo esempio in ordine di tempo è l'Africa, che si vide oggetto di una speciale carta dell'Unesco del 2000 contro il traffico di reperti archeologici, quando proprio in quell’occasione si tornò anche a porsi il problema dei fregi del Partenone, chiesti ufficialmente dalla Grecia all’Inghilterra ma mai restituiti. Quando parliamo di ‘restituzione’ lo facciamo per opere clamorose -oltre alla Monna Lisa di Leonardo – parliamo ad esempio della Madonna Sistina (1514) di Raffaello, dipinta per la chiesa del convento di San Sisto a Piacenza (ma acquistata nel 1754 da Augusto III di Sassonia fondatore della Gemaldegalerie di Dresda) dove è rimasta fino ad ora che francamente non ha nulla del paesaggio e della storia della Germania; parliamo delle maestose pale e tondi di Botticelli a Berlino o del Battesimo di Cristo di Piero Della Francesca alla National Gallery di Londra, e non ultimo l’enorme carro bronzeo di Monteleone di Spoleto di fattura etrusca, illegalmente venduto da un contadino a inizio ‘900 ed esportato negli Stati Uniti, opere che appunto nulla hanno a che vedere con i luoghi in cui si collocano attualmente.  Senza parole lascia la collocazione di 2 opere di Caravaggio: Il suonatore di Liuto (1594) che si trova all’Ermitage a San Pietroburgo in Russia -messo all’asta nel 1808 dagli eredi Giustiniani a Parigi e acquistata dal fondatore dell’Ermitage- e l’enorme Morte della Vergine (del 1604, di cm 369 x 245) al Louvre, finita lì in una maniera rocambolesca (in fatto di dimensioni albergano nella stessa sede anche la Nozze di Cana del Veronese, lunga c.a 10 metri e portata in quella sede da Napoleone). Molto ha a che vedere con una sorta di malsano feticismo -che starebbe alla base proprio dell’esistenza stessa del collezionismo d’arte- secondo cui il massimo sarebbe portare oggetti di un mondo e tempo incontaminati, insieme alla loro aura, in occidente, e in minima parte possederli e preservarli, perchè questi oggetti rischiano la distruzione, proprio come accade per le rare specie animali cacciate -per futili motivi- ed ora in via d’estinzione. E che queste restituzioni subiscano delle battute d’arresto quando in zone di guerra, soprattutto in medioriente, delle opere vanno distrutte, come è successo in Siria, Iraq o in Afghanistan.

Si potrebbe obiettare che i Bronzi sono conservati benissimo al museo archeologico di Reggio Calabria, e che sembrano legati al  comune passato italo-greco della Magna Grecia, e che attica era la provenienza della ceramica rinvenuta ed esposta in tutti i musei archeologici del sud Italia. Tutto ok  se non fosse che i due bronzi sono considerati  oggi forse, tra i più importanti esempi di arte greca classica. E se è vero che uno Stato che si rispetti dovrebbe cercare di ricomporre il proprio patrimonio finito all’estero (e ciò che vale per l’Italia vale anche per la Grecia), quei bronzi anche se ripescati davanti a Riace vengono dalla Grecia, avendo ancora la 'terra' greca dentro, andrebbero rivendicati e restituiti al loro paese. Secondo questa ‘pazza’ idea si potrebbe temere che, per i rispettivi paesi: i quadri di  Picasso, Goya, Velazquez, che sono spagnoli non sarebbero da meno, come Modigliani e De Chirico, e anche il francese Matisse, l’olandese Mondrian, il grandioso fiammingo Rubens... ma questi ultimi partono con l’intenzione di collocare le loro opere in giro per il mondo in una storia d’Europa prossima alla sua unità. Nel loro caso non c’è la questione del ‘contesto’. Molti vivono della decontestualizzazione propria della loro modernità, proprio a ribadirne l’identitá universale. Difficile che si possa fare con l’arte italiana: Raffaello, Leonardo, Michelangelo, Domenichino, Giotto, Perugino bisogna vederli ‘dal vivo’ ed in continuità con l’ambiente italiano, ed è impossibile sapere di che si tratta finché non ci si reca lì sul posto, poiché la riproduzione sia su carta che video non ha nulla a che vedere. Il paesaggio naturale e antropico dei quadri, è ideale continuità stilistica e ambientale di un territorio inimitabile: pensiamo alla Toscana o alla campagna romana, ormai defunta se non per i quadri secenteschi di Claude Lorrain, che se fossero nel Lazio servirebbero oggi veramente a qualcosa, come i quadri di Corot eseguiti a Roma e Tivoli.

Anche per i Bronzi è come andare in un’area archeologica: ecco perché è impopolare ma lecito ipotizzare che gli eroi greci tornino a casa se è anche giusto continuare a sperare nel ritorno della Monna Lisa a Firenze, della biga etrusca a Spoleto o dei fregi del Partenone sull’acropoli, come di tutta l’arte del rinascimento in Italia. Ma per i nostri tempi dediti al consumismo sfrenato, al servilismo e agli ideali di facciata, questa storia è poco più che assurda come quella della Gioconda a Firenze. Va aperta una parentesi: si è parlato qui di oggetti che in teoria dovrebbero stare nei luoghi primigeni per motivi stilistici, non di persone che, ovviamente, possono circolare ovunque... aggiungendo che se il Colosseo non fosse stato così pesante sicuramente non sarebbe rimasto a Roma.

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