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Campi Flegrei, i tesori sommersi nelle acque del Castello Aragonese di Baia

Rosario Santanastasio (ArcheoClub D’Italia): " L'area del Castello Aragonese di Baia ci restituisce una Villa romana sommersa" . L'intervista al Giornale d'Italia

Di J. Muller

23 Aprile 2021

La memoria del mare: Rosario Santanastasio ci racconta i  tesori sommersi dei Campi Flegrei 

C’è un luogo dove l’acqua incontra il fuoco, territorio di antiche leggende e storie affidate alla vastità del mare: i Campi Flegrei (dal greco flègo, che significa "brucio", "ardo"). L’area si estende a ovest di Napoli, comprendendo Pozzuoli, Quarto, Giugliano in Campania, Bacoli e Monte di Procida

Qui, dove la leggendaria Sibilla vaneggia, i fondali marini sono sempre in fermento, scossi dall’intensa attività vulcanica, dal bradisismo e dal vento di libeccio. In quest’aerea meravigliosa e agitata Poseidone custodisce numerosi tesori nelle sue profondità e, di tanto in tanto, ci restituisce qualche prezioso frammento.

A sette metri di profondità giace il Ninfeo di Punta Epitaffi, la statua di Dioniso risalente al I secolo d.C. mentre semissomerso è il Sacello degli Augustali, edificio romano distrutto da un terremoto. 

Ci lasciamo subito catturare dal mito di Atlantide, l’affascinante leggenda della scomparsa catastrofica di una gloriosa civiltà, inghiottita dal mare e mai più rinvenuta.

“Non c’è fine al mare”, diceva Beckett, e forse c’è più di un Atlantide lì nelle profonde immensità marine. Ma le cose sono lì, bisogna solo saperle cercare, sembra sostenere Rosario Santanastasio, presidente di Archeoclub d’Italia, che si occupa direttamente delle ricerche e dei rilievi. 

Di recente  grazie al progetto di ricerca speciale “il mare dei Titani” finanziato dall’Università IULM di Milano e dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei sono emersi nuovi importanti reperti tra cui due vasche romane risalenti alla prima età augustea ( Leggi qui ). Nello specifico il progetto si concentrerà sulle presenze geologiche e archeologiche antistanti il costone del castello di Baia, area che, come ci racconta Santanastasio costituisce un vero e proprio tesoro naturale e archeologico. 

Come nasce il progetto "il Mare dei Titani" e quali sono gli obiettivi che si propone?

Tutto nasce due anni fa quando sui fondali antistanti il Castello Aragonese di Baia si è evidenziata la presenza di realtà archeologiche sommerse. Da qui è iniziato un percorso che ci ha portato ad effettuare una serie di immersioni in quell’area. Queste immersioni hanno permesso di individuare delle strutture di colonne e mura romane che testimoniano l’esistenza di una villa molto estesa verso il mare.  Il costone di Fonte Falesia è molto cambiato in duemila anni, come si può immaginare. Tra eventi sismici, il fenomeno del bradisismo e il libeccio l’aria è stata erosa, rendendola anche molto interessante dal punto vista geologico. Il progetto si concentrerà infatti sulla doppia ricchezza che quest’area consente.  

Qual' è la metodologia di ricerca che avete adottato per individuare e delimitare con estrema precisione l’area da analizzare?

La ricerca parte innanzitutto da un’attenta ricognizione bibliografica per arrivare alle attività di immersione che ci ha permesso di censire l’area. Le immersioni ci hanno permesso di fare dei rilievi topografici di dettaglio e di associarli a rilievi fotografici per poi confrontarli e realizzare una rielaborazione tridimensionale delle evidenze emerse. Il progetto prevede ora una fase più approfondita con delle scansioni in ambiente sommerso e l’utilizzo di drone munito di un’applicazione di laser-scanner.

Il mare è ancora inesplorato per la sua gran parte. Pensa che in futuro ci restituirà ancora importanti segreti per ricostruire la storia delle nostre civiltà?

Lo specchio d’acqua nel quale operiamo misura circa 75 metri quadri, quindi un’area molto estesa. La zona presa in esame è davvero molto ricca. Basta avere un occhio abituato a individuare queste aree sommerse per rendersi conto che ci sono tantissime evidenze archeologiche. Del resto negli ultimi duemila anni le variazioni bradisismiche hanno fatto si che la base delle vasche romane si trovassero a una profondità di cinque metri! Questo ci fa pensare che senz’altro anche le aree limitrofe sono ricche di reperti. 

È possibile visitare quest’area?

In questa fase siamo soltanto autorizzati a fare dei rilievi, non si tratta dunque di scavi. È ancora presto per rendere quest’area accessibile al pubblico ma la nostra prospettiva è quello di valorizzare e promuovere l’area affinché possa essere usata per delle immersioni e per far conoscere la sua ricchezza, anche ai fini di proteggerla da un improvvido uso finalizzato all’ ancoraggio delle imbarcazioni.

Tornando ai nostri giorni, come state affrontando l’emergenza coronavirus?

Questo è un momento difficile anche per noi perché le associazioni vivono di contatto diretto con gli associati. Archeoclub d’Italia è una realtà con circa seimila associati e con oltre centocinquanta sedi in tutta Italia. In questo ambito il settore di geo-archeologia subacquea si occupa di temi che richiedono spesso un confronto diretto per conoscere meglio il territorio.  Siamo sempre stati garanti della salvaguardia dei nostri beni e tendiamo a valorizzare i borghi meno conosciuti, ma per ora ci stiamo affidando alla tecnologia e ai webinar.

Credo che concentrarci nella salvaguardia dei piccoli borghi, che sono la vera ricchezza del nostro paese, ci abbia però premiato, tanto che in questo periodo è aumentato il numero dei nostri associati. Quest’anno compiamo cinquant’anni e siamo l’associazione più longeva che si occupa di beni culturali e ambientali e credo che questo sia un importante segno di rigenerazione per continuare questo bellissimo progetto.

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