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"Tensioni temporanee" a cura di Viola Scaglione al Teatro Marenco di Novi Ligure: la poetica del corpo in una grazia metamorfica

una rassegna di danza innovativa e affascinante nella cornice deliziosa e intima di un teatro ottocentesco attrattivo e accogliente

01 Febbraio 2026

"Tensioni temporanee" a cura di Viola Scaglione al Teatro Marenco di Novi Ligure: la poetica del corpo in una grazia metamorfica

Viola Scaglione è direttrice artistica del Balletto Teatro di Torino, compagnia di danza contemporanea fondata nel 1979 e sostenuta dal Ministero della Cultura, dalla Regione Piemonte e da fondazioni bancarie. Dal 2015 guida la compagnia sviluppando una progettualità artistica attenta alla qualità della ricerca, alla pluralità dei linguaggi e al dialogo con il pubblico e i territori. Nel suo ruolo cura programmazioni e rassegne che si configurano come percorsi tematici e sensibili, valorizzando il lavoro degli interpreti e il confronto tra generazioni artistiche diverse. È inoltre supervisore artistica della rassegna Tensioni Temporanee di Novi Ligure, progetto dedicato alla danza contemporanea e ai linguaggi del presente. Accanto all’attività di direzione, promuove collaborazioni nazionali e internazionali, residenze artistiche e progetti di sviluppo e diffusione della cultura coreutica contemporanea.

Cara Viola,

ci racconta questa formula originale che ho apprezzato all'interno di "Tensioni temporanee": un mix di danze differenti con tre differenti coreografie?

Questa formula nasce da un desiderio molto preciso: offrire allo spettatore un attraversamento, un piccolo viaggio dentro poetiche diverse che, pur nella loro autonomia, dialogano tra loro. Mi interessa costruire serate che non siano semplici accostamenti, ma veri e propri percorsi sensibili. In questo trittico il pubblico è invitato a lasciarsi guidare da una progressione emotiva e percettiva, quasi un respiro che si amplia, senza mai perdere l’intimità del gesto.

Sembrava un climax di crescente intensità ed espressionismo che permetteva di valorizzare al massimo la danza quale lingua autonoma, poetica assoluta del corpo.

È un’immagine che condivido molto. La danza, quando è lasciata libera di parlare con i propri mezzi, diventa una forma di poesia incarnata. Non ha bisogno di traduzioni o spiegazioni: è un linguaggio che agisce direttamente sulla persona e sull’immaginazione di chi guarda. Questo crescendo non è narrativo in senso tradizionale, ma energetico, emotivo, quasi viscerale.

Ho apprezzato molto anche la massima efficacia della resa scenica di elementi semplici ma incisivi: il fumo, le corde, gli anelli con un neon intermittente.

Credo molto nella forza degli elementi essenziali. La scena non deve mai sovrastare la persona in scena, ma accompagnarne la presenza, amplificarne la qualità. Oggetti semplici, se usati con precisione e necessità, possono diventare potenti dispositivi poetici: evocano spazi, tensioni, stati interiori, lasciando sempre centrale l’essere umano che li attraversa.

La danza la possiamo considerare un linguaggio universale in grado di assorbire in essa ogni altro linguaggio?

Assolutamente sì. La danza è un linguaggio universale proprio perché nasce dall’esperienza umana. Può assorbire musica, arti visive, parola, ma anche silenzio, vuoto, attesa. È una lingua porosa, inclusiva, capace di accogliere e trasformare tutto ciò che incontra.

Quali sono le tendenze attuali della danza contemporanea e come possiamo avvicinarci ad una loro più profonda comprensione?

Oggi la danza contemporanea è estremamente plurale. Convive la ricerca formale con quella più istintiva, il dialogo con la tecnologia e il ritorno a una presenza essenziale. Per avvicinarsi davvero, credo serva curiosità e disponibilità all’ascolto, senza cercare per forza un significato immediato. La comprensione passa spesso attraverso il sentire, non solo attraverso l’interpretare.

Un ruolo importante lo giova la musica. Amo Arvo Part e l'ho trovata una scelta azzeccata. In altri passaggi la musica diventava ossessiva, saturante, amplificando il flusso della danza. Esiste un rapporto ricolare tra danza e musica?

Il rapporto tra danza e musica è profondamente circolare. A volte la musica guida il movimento, altre volte è la presenza dell’interprete a “scrivere” la musica nello spazio. Amo Arvo Pärt per la sua capacità di creare spazi interiori, ma trovo altrettanto interessante lavorare su suoni più saturi, ripetitivi, quasi ipnotici, che spingono la persona in scena verso stati di intensa concentrazione emotiva.

Come si scrive una coreografia? Sembra una variazione continua che continuamente sfugge ma nel contempo ci attrae dentro un nuovo mondo che ogni passo e movenza contribuisce a plasmare

Per me scrivere una coreografia significa entrare in un processo di continua trasformazione. C’è una struttura, certo, ma è una struttura viva, che si lascia attraversare dagli interpreti, dal tempo, dallo spazio. È una scrittura che sfugge, che non si fissa mai del tutto, e forse è proprio questo che ci attrae: la sensazione di assistere a qualcosa che accade qui e ora, irripetibile.

La danza oggi vive di vita propria o dialoga anche con mode di strada, comportamenti giovanili, stili sociali?

La danza dialoga costantemente con il presente. Assorbe i linguaggi della strada, le urgenze delle nuove generazioni, i mutamenti sociali, ma li rielabora attraverso una visione artistica. Non è mai una semplice imitazione: è un filtro poetico che trasforma l’esperienza quotidiana in materia sensibile.

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