30 Gennaio 2026
Fonte: Pixabay
Per anni il turismo italiano ha vissuto una narrazione quasi esclusiva attorno al tema dell’overtourism. Città d’arte congestionate, destinazioni iconiche sotto pressione, residenti in difficoltà e un equilibrio sempre più fragile tra sviluppo economico e qualità della vita. Nel 2025, tuttavia, accanto a questo dibattito si è affermato con forza un concetto nuovo, destinato a orientare le politiche dei prossimi anni: l’undertourism. Non un semplice contrario semantico, ma un cambio di paradigma che riguarda territori, governance e modello di sviluppo.
L’undertourism indica l’insieme di un enorme patrimonio turistico sottoutilizzato: borghi, aree interne, piccoli comuni, territori rurali e montani che, pur possedendo identità, storia e qualità ambientale, restano ai margini dei flussi principali. Borghi, aree interne, piccoli comuni, zone rurali e montane che non soffrono di eccesso di visitatori, ma al contrario di una presenza insufficiente o discontinua. È l’altra faccia del turismo italiano, spesso ignorata, ma numericamente e culturalmente maggioritaria.
Numericamente ci si riferisce al fenomeno come “il restante 96%”, inteso come la porzione del territorio nazionale soggetta a flussi turistici contenuti, rispetto al ben più noto 4% che riceve il 75% dei flussi, comunemente identificato invece nel fenomeno dell’overtourism, sebbene i due fenomeni non rappresentano una contrapposizione.
A differenza del turismo di massa, l’undertourism si fonda su esperienze autentiche, su ritmi più lenti e su una relazione più equilibrata tra visitatori e comunità locali. Non si tratta di un turismo “minore”, bensì di un turismo diverso, che richiede progettazione, qualità dell’offerta e una visione di lungo periodo. È una risposta strutturale, non emergenziale, ai limiti del modello iper-concentrato che ha dominato l’ultimo decennio.
Il 2025 ha segnato un punto di svolta. Accanto ai record complessivi del turismo nazionale, è emersa una crescita significativa dei flussi verso l’Italia cosiddetta “minore”. I piccoli comuni e i borghi hanno intercettato una quota crescente di viaggiatori, con oltre 20 milioni di arrivi stimati, un dato che certifica un interesse ormai maturo e non episodico.
Questa crescita non è stata casuale, ma è il risultato di più fattori. Da un lato, un cambiamento nella domanda, sempre più orientata verso esperienze sostenibili, identitarie e personalizzate. Dall’altro, il lavoro di quei territori che hanno investito su accoglienza, narrazione, enogastronomia, cammini, turismo outdoor e cultura diffusa. Ha premiato territori che hanno lavorato su accessibilità, racconto identitario, qualità dell’accoglienza e integrazione tra cultura, natura ed enogastronomia. Tuttavia, i numeri positivi del 2025 hanno anche messo in luce una criticità strutturale: senza una regia nazionale e senza modelli di governance territoriale, l’undertourism rischia di restare frammentato e disomogeneo.
Il successo dell’undertourism si inserisce in una trasformazione più ampia del turismo contemporaneo. Sempre più viaggiatori cercano esperienze capaci di generare valore emotivo, culturale e relazionale. Non vogliono semplicemente visitare un luogo, ma comprenderlo, viverlo, entrarvi in relazione. È il passaggio dal turismo di consumo al turismo di senso.
In questo contesto, i borghi non sono più cartoline statiche, ma spazi vivi, abitati, produttivi. Le aree interne non sono alternative di ripiego, ma destinazioni primarie per chi cerca qualità della vita, benessere, natura e autenticità. L’undertourism intercetta quindi una domanda matura, consapevole e potenzialmente stabile, capace di generare benefici economici senza snaturare i territori. L’Italia, per conformazione geografica e stratificazione storica, è probabilmente il Paese europeo più adatto a interpretare questa transizione.
Un passaggio decisivo è arrivato con il Forum Internazionale del Turismo, svoltosi a Milano il 23 e 24 gennaio. Per la prima volta, l’undertourism è stato posto al centro del confronto tra istituzioni, operatori e territori, non come tema accessorio ma come asse strategico del futuro turistico nazionale.
L’apertura dei lavori da parte del Ministero del Turismo ha confermato la volontà di affrontare il tema in modo sistemico: riequilibrio dei flussi, valorizzazione dei piccoli comuni, connessione tra destinazioni mature e territori emergenti, formazione e qualità dell’offerta. Dal dibattito è emersa una consapevolezza condivisa: la crescita del turismo non può più basarsi esclusivamente sulla concentrazione dei flussi. Il messaggio emerso è stato chiaro: l’undetourism entra così a pieno titolo nell’agenda politica, non come slogan, ma come leva strutturale di sviluppo.
Se il 2025 è stato l’anno della consapevolezza, il 2026 dovrà essere quello della strutturazione. Una vera rotta nazionale sull’undertourism non può limitarsi alla promozione. Deve agire su almeno quattro livelli.
Il primo è la governance territoriale. Senza modelli di coordinamento tra comuni, aree vaste e regioni, l’undertourism rischia di frammentarsi. Servono sistemi locali integrati, capaci di costruire prodotti turistici e non solo singole attrazioni.
Il secondo è l’accessibilità, non solo fisica ma digitale e informativa. Raggiungere un borgo non deve essere un’impresa, così come prenotare, informarsi, vivere l’esperienza.
Il terzo livello riguarda la qualità dell’offerta. L’undertourism non è turismo low cost o improvvisato. Richiede professionalità, formazione, servizi adeguati, capacità di racconto e accoglienza autentica.
Infine, c’è il tema della misurazione dell’impatto. L’undertourism funziona solo se genera valore economico senza compromettere identità, ambiente e coesione sociale. Questo richiede dati, indicatori e una visione di lungo periodo.
L’Italia si trova davanti a una scelta cruciale. Continuare a inseguire i flussi concentrati, gestendone gli effetti collaterali, oppure investire su un modello più equilibrato, diffuso e resiliente. L’undertourism non sostituisce le grandi destinazioni, ma le completa. Non toglie valore ai luoghi iconici, lo redistribuisce.
In un Paese in cui oltre la metà dei comuni rischia spopolamento e marginalità, il turismo può diventare uno strumento di rigenerazione, a patto che sia guidato e non subìto. Il Forum Internazionale del Turismo ha indicato una direzione. Ora spetta alle istituzioni, agli operatori e ai territori trasformare l’undertourism da parola chiave a progetto Paese.
Di Nicola Durante
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