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Il caso del “Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini”: il Caravaggio comprato a €30mln e i dubbi sulla gestione dei soldi pubblici

Lo Stato ha acquistato per 30 milioni di euro il "Ritratto di Maffeo Barberini", di indiscussa attribuzione caravaggesca e di incontestabile valore storico-artistico. Eppure l’indiscutibile valore artistico e storico dell’opera non è sufficiente a giustificare l’ingente impiego di risorse pubbliche

15 Marzo 2026

Il caso del “Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini”: il Caravaggio comprato a €30mln e i dubbi sulla gestione dei soldi pubblici

Ritratto di Maffeo Barberini di Caravaggio

Pochi giorni fa il Ministero delle Cultura del Governo Meloni ha acquistato per 30 milioni di euro un quadro del Caravaggio: si tratta del "Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini". Dal Ministero precisano che l’acquisto si è concluso dopo una lunga trattativa durata oltre un anno.
 
Il quadro fu reso noto ed attribuito al pittore dal fiorentino Roberto Longhi in un celebre articolo del 1963, pubblicato sulla rivista Paragone curata dallo stesso studioso, e intitolato "Il vero “Maffeo Barberini” del Caravaggio".
 
Il comunicato del Ministero precisa anche il valore artistico ed indiscutibile dell’opera che segna una svolta fondamentale nella ritrattistica moderna e ricorda che le opere attribuite con certezza al Caravaggio sono 68 e che il ritrovarne di nuove è un evento rarissimo.
 
Un evento che però sembra essersi verificato ancora pochi anni fa e precisamente nel 2014 quando nel corso dei lavori di ristrutturazione di una ricca casa di Tolosa (Francia) il banditore d’asta Éric Turquin ritrovò una  "Giuditta che decapita Oloferne" la cui attribuzione al Michelangelo Merisi in verità fu contestata in maniera non marginale. In quella occasione i francesi prima dichiararono l’opera "tresor national", cosa che ne limitò la circolazione da parte dei proprietari privati e ne permise lo studio da parte degli incaricati del Louvre al  fine di valutarne la possibile acquisizione. Le stime andavano dai 100 ai 150 milioni di euro. Dopo 30 mesi di studio i francesi, il Louvre, decisero di non acquistare il dipinto. Secondo alcuni critici italiani, a causa dei dubbi sulla autenticità dello stesso dipinto che sembrerebbero non essere mai stati del tutto fugati; secondo altri perché il Louvre non ne ritenne necessario l’acquisto: il museo parigino in collezione ha già tre opere di Caravaggio, su 68 totali riconosciute. Senza contare le altre tre che i francesi possiedono esposte gratuitamente al pubblico in San Luigi dei Francesi in Roma.
 
Nel caso del "Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini" l’attribuzione al bergamasco turbolento non è discutibile: non solo l’attribuzione risale autorevolmente al 1963 ma, tiene a ricordare il Ministero della Cultura, "Durante le fasi della negoziazione, grazie a un accordo con i proprietari, l’opera era stata esposta al pubblico nelle sale di Palazzo Barberini per alcuni mesi a partire dal novembre 2024 e fino alla conclusione della grande mostra “CARAVAGGIO 2025” che ha accolto oltre 450.000 visitatori consentendo alla comunità scientifica e al grande pubblico di apprezzarla dal vivo. In quell’occasione la critica italiana e internazionale ha unanimemente confermato l’attribuzione a Caravaggio, sottolineando l’eccezionale importanza del dipinto".
Quindi il Ministero, confortato da queste conclusioni unanimi, ha senza alcun dubbio messo mani al portafoglio e cacciato 30 milioni di euro alla famiglia fiorentina, di apprezzati e competenti mercanti d’arte, in cambio del dipinto di indiscutibile valore.
 
Segue coro di unanime apprezzamento espresso sui principali quotidiani italiani e sulle riviste specializzate che ci informano anche che il Ministero continuerà in questa sua opera di acquisizione di pezzi d’arte di indiscusso ed indiscutibile valore al fine di rinforzare il patrimonio artistico di proprietà dello Stato Italiano. Sembrerebbe questa quindi una delle priorità individuate dai responsabili del dicastero, l’ampliamento del patrimonio artistico di diretta proprietà pubblica.
 
Quando si tratta di spendere soldi pubblici in Italia sono tutti subito d’accordo ma è sempre lecito, alcuni direbbero doveroso,  chiedersi se far fare alla mano pubblica quello che potrebbe essere tranquillamente fatto dai privati abbia un senso. La domanda è: perché impegnare risorse pubbliche, non marginali, nell’acquisto di opere d’arte quando i medesimi risultati che questi acquisti perseguono, indicati dallo stesso Ministero dei Beni Culturali, si possono benissimo raggiungere applicando la normativa esistente, il Codice dei Beni Culturali (Decreto Legislativo n.42/2004) o tuttalpiù procedendo a modifiche della stessa, con un costo zero per i contribuenti?
 
Ci hanno insegnato che quando l’intervento dello Stato aumenta in sostituzione dell’azione privata bisogna sempre essere molto prudenti. Ma in Italia l’intervento dello Stato e l’incremento della spesa pubblica è una cosa che mette d’accordo tutti i politici presenti nell’arco costituzionale. La crescita del bilancio pubblico è un problema soprattutto delle democrazie  parlamentari che adottano una legge elettorale proporzionale che in effetti si discosta da quella attualmente in vigore in Italia.  L’Italia però è un Paese dove è molto difficile perdere le vecchie abitudini.
Ma ci siamo dimenticati che l’Italia è il Paese dove i vincoli che limitano la circolazione delle opere d’arte e gli obblighi che i privati cittadini proprietari di beni riconosciuti come avente un rilevante valore culturale e di interesse pubblico, sono tra i più pressanti ed invadenti del mondo occidentale?
 
L’art. 10 e seguenti del decreto legislativo n.42/2004, fino agli articoli 104-109, dipingono un quadro della proprietà privata dei beni culturali in Italia che è propria della "proprietà conformata", della proprietà privata cioè asservita a scopi di interesse pubblico, quali, nel caso specifico, la fruizione pubblica delle opere e la ricerca avente oggetto le stesse opere. Il quadro normativo è talmente limitativo della proprietà privata da fare fuggire dall’Italia qualsiasi investitore interessato ad acquistare opere d’arte a scopo di valorizzarle economicamente.
 
A questo si aggiunge oggi la nuova forma di "interventismo" praticata dal Ministro Giuli accompagnata da un coro unanime di apprezzamento.
 
Sarebbe bello cominciare a vedere lo Stato Italiano che va in giro per il mondo a partecipare alle aste dove potere comprare i capolavori dell’arte italiana messi legittimamente in vendita. Certo, il mercato dell’arte internazionale non è quello che era prima della pandemia e ha subìto un duro contraccolpo dalla scomparsa dalla scena internazionale degli oligarchi russi seguita allo scoppio della guerra in Ucraina. Oggi questi importanti attori potranno mai essere rimpiazzati dalle istituzioni pubbliche italiane guidate da competenti intenditori e conoscitori del mercato internazionale dell’arte, magari di cittadinanza non italiana, che non si curano molto delle traballanti condizioni del bilancio dello Stato quando si tratta di acquistare per il patrimonio pubblico opere di indiscutibile valore artistico come il "Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini"?
 
Ma la cosa più disarmante è che non si è levata una singola critica in tutto il Belpaese. In questo avrà pure avuto una certa influenza il fatto che Vittorio Sgarbi sia scomparso dalla scena pubblica avvinghiato dalle proprie vicende private.
 
Bisogna ammettere che i francesi in alcune cose sono più bravi di noi, anche se a volte li facciamo incazzare. Dopo che il Louvre decise di non acquistare il dipinto a olio "Giuditta decapita Oloferne" attribuito al Caravaggio, lo stesso dipinto nel giugno del 2019 è stato venduto a un collezionista privato due giorni prima di essere battuto all’asta nella città francese di Tolosa. Il 27 Giugno 2019 la Marc Labarbe Auctions comunicava l’annullamento dell’asta per via dell’acquisto dell’opera tramite un accordo privato, mantenendo il riserbo sul compratore ma parlando di un privato la cui offerta non poteva essere ignorata. Circa un mese dopo fu svelata l’identità del misterioso acquirente: si trattava di J. Tomilson Hill.
Proprietario di una notevole collezione di arte moderna e contemporanea, J. Tomilson Hill fa parte del board del Metropolitan Museum of Art (MET) di New York. Ex vicepresidente della società di private equity Blackstone, nel febbraio 2019 ha aperto il suo museo privato, la Hill Art Foundation. Resta ignota la cifra pagata dal collezionista, anche se la casa d’aste parla di un prezzo "exceptionally more" rispetto alla base di partenza d’asta, 34 milioni di dollari (poco meno di 30 milioni di euro). Il dipinto venne poi prestato a grandi istituzioni museali, come lo stesso Metropolitan Museum of Art. Il collezionista era già noto per i prestiti effettuati nel corso degli anni, dalla Frick Collection alla Galleria degli Uffizi. Si dice che nei prestiti dell’opera J. Tomilson Hill abbia preferito le istituzioni che non nutrivano dubbi sull’attribuzione al Caravaggio.
Di Giovanni Conticelli

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