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Il caso Bartolozzi tra sessismo, tatticismo ed ipocrisia. Anatomia di un linciaggio morale

11 Marzo 2026

Il caso Bartolozzi tra sessismo, tatticismo ed ipocrisia. Anatomia di un linciaggio morale

Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi, fonte: imagoeconomica

"Quid est veritas?" (che cos'è la verità?). E' la frase pronunciata da uno sprezzante Ponzio Pilato (Giovanni 18:38) durante il suo interrogatorio a Gesù.

Sprezzante ma non ironico in quanto, da eccellente giurista, Pilato conosceva perfettamente non solo il valore relativo della "verità" ma anche che la stessa potesse essere conformata anche in senso negativo al suo reale accadimento purchè fissata in un provvedimento giudiziario.

Tant'è che nel diritto romano si dice che la sentenza passata in giudicato può fare "...bianco il nero, far coincidere il quadrato con il rotondo e mutare il falso in vero".

Alcune affermazioni della dottoressa Bartolozzi Capo di Gabinetto del Ministro Nordio in un dibattito sul referendum sulla giustizia hanno sollevato, per il tramite delle opposizioni, una vera e propria "caccia alla donna", un vero e proprio character assassination.

In particolare vengono contestate alla dottoressa Bartolozzi le affermazioni per cui le toghe "sono plotoni di esecuzione" e "votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura".

Risulta di tutta evidenza che decontestualizzare alcune affermazioni rispetto al ragionamento generale risulta logicamente ed eticamente scorretto.

Ma, proprio per amore di verità, vediamo di esaminarle.

Ora che le toghe possano essere un "plotone di esecuzione" non è un'invenzione estemporanea della dottoresssa Bartolozzi in quanto la primogenitura e paternità dell'affermazione risulta, giornalisticamente, attribuita ad un magistrato della Corte di Cassazione  facente parte del collegio feriale che pronunciò l'unica sentenza di condanna a carico di Silvio Berlusconi: giudice che ebbe a qualificare se stesso e gli altri rimanenti  del collegio quale "plotone di esecuzione".

Quindi fin qui non solo nulla di nuovo ma ripetizione di quanto già sostenuto da un componente della stessa magistratura.

Anche dell'altra frase "se vince il sì ci liberiamo della magistratura" l'interpretazione letterale che ne viene data, a livello di obiettivo politico da dittatorello sudamericano risulta risibile in quanto, rettamente inteso, l'intero impianto della riforma non solo rende la magistratura più libera svincolandola dal sistema correntizio ma ne assicura la totale indipendenza attraverso l'articolo 104 della costituzione che rimane, sul punto, invariato.

Non si può non scorgere nelle critiche dell'opposizione alla dottoressa Bartolozzi la reazione di una frustrazione sessista animata dall'irrazionalità del desiderio del giudizio di piazza.

Non si chiede alla dottoressa Bartolozzi di precisare il suo pensiero. Le si chiede, come nell'inquisizione medioevale, l'atto di "autodafè" l'autoaccusa pubblica con pubblica umiliazione.

Manca solo l'invocazione che debba indossare il "sanbenito" che è una veste gialla che si costringeva ad indossare agli ebrei convertiti (marrani) mentre subivano un duro linciaggio da parte della popolazione cosiddetta cristiana.

Ma, squarciando  il velo dell'ipocrisia, ci si accorge che la dottoressa Bartolozzi ha detto la verità.

La riforma serve a liberare la stessa magistratura del potere delle correnti di giudici politicamente orientate che, pur essendo piccole di numeri, decidono della carriera di tutti e, con la debolezza della politica, si sono rafforzate al punto da costituire un potere autonomo e separato dagli altri poteri dello Stato e si è autoassegnato il compito, quale magistratura etica, di conformare alla propria visione politico - istituzionale gli altri poteri dello Stato. 

"Sa tutto di Almasri" tuona la magistratura etica unitamente ai suoi pasdaran imputandole in una complessa vicenda (che vede il coinvolgimento della Corte penale internazionale e della Corte di appello di Roma) omissioni o ritardi di trasmissioni di documenti misurabili nell'ordine dei minuti o dell'ora.

La stessa magistratura etica che disattende con tranquillità le norme di rango costituzionale che riguardano i tempi dei procedimento del Tribunale dei Ministri. In buona sostanza quando i termini dei procedimenti riguardano la politica risultano essenziali e perentori quando invece sono i giudici ad essere assoggettati a tali termini i medesimi  non sono mica un comando. Sono un'indicazione. Per cui tali termini possono essere tranquillamente disattesi "ad libitum" delle esigenze dei giudizi.

E' lecito chiedersi a cosa serva approvare una legge costituzionale che prevede tempi certi e non estensibili se poi tali termini possono essere impunemente non rispettati.

D'altronde il tentativo, da parte della magistratura, di forzare le norme che regolano i rapporti tra poteri derivano anche dall'"invenzione"  della cosiddetta "archiviazione asistematica" escamotage che potrebbe consentire  di aggirare le norme in tema di autorizzazione a procedere e su cui è intervenuta la Corte Costituzionale incardinando il cosiddetto "conflitto di attribuzione" al fine di far valere le guarentigie di cui all'art. 96 della costituzione. 

I partiti di governo, va riconosciuto, non si sono affaticati nella difesa: anzi il tatticismo del "fuoco amico" è stato forse più perfido di quello nemico. Ma, e torniamo al punto, qual è la colpa della dottoressa Bartolozzi? Forse quello di essere  donna e potente, qualifiche tollerate e subite da tanti esponenti della maggioranza e dell'opposizione.

Lo stesso termine che si usa per qualificarla e cioè quello di "zarina" comunica un non detto allusivo  (se c'è la zarina ci deve essere uno zar e di solito zar e zarina hanno un legame) di matrice maschilista e dequalificante. 

Le critiche alle affermazioni della dottoressa Bartolozzi da parte di esponeneti della maggioranza incentrate parte nella non condivisione parte nella inopportunità celano però un'ipocrisia di fondo. Tali atteggiamenti rigoristi non sono stati adottati nei confronti di episodi di familismo morale (i cosiddetti concorsi delle mogli) o di altre situazioni coinvolgenti, a vario titolo, esponenti di governo che hanno provocato un forte impatto negativo sull'elettorato.

Il torto della dottoressa Bartolozzi è stato quello quindi di dare un nome alle cose.

Ma dare un nome alle cose significa anche, e soprattutto, servire la verità. E la verità è quella di un referendum sulla giustizia che rende più libera la magistratura, la affranca dalla tirannia delle correnti politicamente orientate e la conferma autonoma dall'esecutivo con norma costituzionale, l'articolo 104, sul punto invariato.

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