12 Marzo 2026
Sam Havadtoy, fonte: Wikipedia
Abbiamo incontrato Sam Havadtoy nel suo studio di Szentendre, sulle colline che guardano la vallata del Danubio, a pochi chilometri da Budapest. Lo spazio è ricavato dalla sua precedente abitazione, oggi accanto alla nuova casa: un luogo immerso nel verde, tra giardini zen e natura rigogliosa, sospeso tra silenzio e stratificazione del tempo.
È uno studio pieno di ricordi e di storie “segrete”, un interno mitteleuropeo per atmosfera e luce, ma attraversato da una tensione newyorkese, da quella vibrazione urbana e concettuale che continua a permeare l’opera di Havadtoy. Un luogo in cui la memoria domestica e l’eredità dell’avanguardia convivono, come se Vienna e Manhattan potessero incontrarsi nello stesso respiro.
È qui che prende forma il suo nuovo ciclo di opere, costruito attorno ai cerchi e alle forme circolari come architetture intime del pensiero.
C’è una fase della vita in cui le urgenze cambiano ritmo. In cui ciò che si è fuggito per anni—solitudine, fragilità, memoria—smette di fare paura e diventa paesaggio interiore.
È da qui che nasce il nuovo ciclo di opere di Sam Havadtoy.Non come risposta a un progetto, ma come risposta a se stesso. Un tempo sospeso tra il corpo fragile e la mente febbrile, tra il letto e lo studio, tra la necessità di scrivere e l’impossibilità di dipingere. Durante la nostra conversazione, Havadtoy racconta come in questa fase della vita il gesto artistico si sia trasformato: meno urgenza di affermazione, più ascolto, più spazio per lasciare emergere forme e parole quasi spontaneamente, come se fossero già presenti sotto la superficie del tempo.
Le storie che un tempo nascevano direttamente sulla tela per poi sparire sotto i pizzi oggi chiedono di esistere anche da sole. Si condensano in frasi lunghe come titoli o brevissime come sospiri, che affiorano nel campo pittorico come tracce di un diario interiore. Non sono spiegazioni né slogan: sono frammenti di esperienza, segni di una memoria che riaffiora.
È in questo clima che tornano i cerchi.
Nella storia dell’arte e del pensiero occidentale, poche forme hanno concentrato un carico simbolico, filosofico e cosmologico pari a quello del cerchio e della sfera. Fin dall’antichità, il cerchio è stato inteso come figura della perfezione: una forma senza inizio né fine, autosufficiente, capace di rappresentare l’eternità e l’unità del tutto. La sfera, suo naturale sviluppo tridimensionale, è stata a lungo concepita come la forma del cosmo stesso, immagine dell’ordine universale e del divino.
In Platone, la circolarità è associata al moto perfetto dei corpi celesti; in Aristotele, il cielo è sferico perché la sfera è la forma più compiuta. Questa visione attraversa il pensiero medievale e rinascimentale, trovando una sintesi visiva e teorica nelle riflessioni di Vitruvio, nella matematica di Luca Pacioli e nelle ricerche di Leonardo da Vinci, dove il cerchio diventa misura ideale del corpo umano e del rapporto tra microcosmo e macrocosmo.
La divina proporzione, o sezione aurea, si inserisce in questa genealogia come principio regolatore dell’equilibrio tra le parti. Non è soltanto un rapporto matematico, ma una concezione del mondo: l’idea che la bellezza nasca da una relazione armonica, da una misura che non impone rigidità ma accordo. Nel Rinascimento, questa proporzione diventa uno strumento per rendere visibile un ordine invisibile, per tradurre in forma ciò che altrimenti resterebbe astratto.
Eppure, con la modernità, il cerchio perde progressivamente il suo valore dogmatico e si carica di nuove tensioni. Nel primo Novecento, movimenti come l’Orfismo recuperano la circolarità come forma dinamica e vibrante, capace di incarnare energia, ritmo e simultaneità. In artisti come Robert e Sonia Delaunay o František Kupka, il cerchio non rappresenta più un ordine statico, ma un campo di forze, una pulsazione visiva che allude al movimento incessante del mondo.
È proprio in questa frattura tra tradizione e modernità che si inserisce il lavoro di Havadtoy. Nei suoi quadri, il cerchio non aspira alla perfezione assoluta: esita, devia, talvolta sembra sfuggire alla composizione. Durante l’intervista l’artista osserva con un sorriso che «i cerchi sono come una grande famiglia: c’è sempre qualcuno che non obbedisce».
Le forme circolari diventano così piccoli mondi alla deriva, microcosmi emotivi che galleggiano sulla superficie della tela come pianeti solitari. Non obbediscono a una geometria rigida, ma a una logica più intima, quasi affettiva. Sono sfere suggerite più che costruite, universi chiusi che tuttavia sembrano cercare continuamente una via d’uscita dallo spazio della tela.
In questo senso, il cerchio e la sfera cessano di essere soltanto figure ideali e diventano forme esistenziali. Non rimandano più a un ordine esterno e universale, ma a un equilibrio interno, fragile, continuamente negoziato. La proporzione stessa non appare più come una regola da applicare, ma come una sensibilità da ascoltare: una misura interiore che tiene insieme gli elementi senza annullarli.
Sotto questa apparente libertà formale si percepisce infatti una tensione costante verso l’equilibrio. Un equilibrio che rimanda, in modo sottile ma persistente, alla divina proporzione — non come formula matematica esibita, ma come principio interiorizzato, quasi respirato. È una proporzione che governa le distanze tra i cerchi, il ritmo delle superfici, l’alternanza tra pieno e vuoto, tra presenza e silenzio.
Accanto a queste forme fluttuanti, continua a comparire il pizzo, elemento iconico del linguaggio di Havadtoy. Nato come materiale domestico, legato alla memoria dell’infanzia e alla sfera femminile della casa, il pizzo diventa nelle sue opere un gesto di rovesciamento simbolico. Ciò che apparteneva allo spazio marginale dell’intimità domestica viene portato al centro della scena artistica.
«È un gesto di riparazione», dice l’artista.
Come se la memoria, invece di trascinare verso il basso, potesse finalmente sollevare.Sotto il pizzo restano le storie, come segreti custoditi. Sopra, i cerchi galleggiano.
Il gesto di Havadtoy è stratificato, come le sue superfici: pittura, serigrafia, scrittura, materia e vuoto convivono senza gerarchie. Nulla è pienamente astratto, nulla davvero figurativo. Le opere si comportano come stanze: ciascuna possiede una propria temperatura, un proprio ritmo interno, una propria gravità.
Entrarvi richiede tempo.
Durante l’incontro nello studio di Szentendre, Havadtoy insiste su un punto: queste opere cercano chi non ha paura del silenzio. Chi può stare davanti a un’opera senza sentirsi obbligato a fotografarla, spiegarla o possederla. Cercano uno sguardo capace di sostare, un tempo più lento in cui l’arte torni a essere esperienza.
In fondo, i cerchi di Havadtoy non offrono risposte. Costruiscono uno spazio.
Uno spazio in cui la forma non chiude, ma contiene.
E in cui la misura non domina, ma accompagna.Di Piero Addis
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